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IL GIORNO DI MITT ROMNEY

La convention del Gop ufficializzerà la scelta del suo candidato anti Obama. Ma con molte ombre

È il classico vizio dei sistemi bipolari, o addirittura bipartitici come quello statunitense. Pur di battere gli avversari si formano delle grandi coalizioni. Che sono però così grandi, e così eterogenee, da mettere insieme posizioni talmente diverse da arrivare all’antitesi.

Eppure, nella smania di avere la meglio sul “nemico” di turno, queste sostanziali differenze vengono accantonate, trascurando il fatto che esse riemergeranno fatalmente dopo l’eventuale vittoria.

Nel caso specifico, che riguarda il partito repubblicano Usa, il problema è particolarmente marcato in occasione di queste Presidenziali 2012. Benché si sia imposto nelle Primarie, infatti, Mitt Romney è assai lontano dal raccogliere il pieno sostegno delle varie componenti che pure si riuniscono sotto l’egida del Gop, il Grand Old Party che quattro anni fa ha perso la Casa Bianca dopo i due disastrosi mandati di George W. Bush.

Nel 2008 la vittoria dei Democrats fu trionfale, anche se più nel numero dei “grandi elettori” che del pur cospicuo vantaggio nelle percentuali di voto. Obama prevalse per 365 a 173, a fronte di oltre sette punti di scarto nel risultato delle urne (52,9 contro il 45,7 di John McCain).

Oggi, innanzitutto per effetto della crisi economica, il carisma messianico di Barack è solo un ricordo. La situazione resta molto difficile, come è inevitabile per il suo essere il punto di arrivo degli squilibri storici tanto nella spesa pubblica quanto nella distribuzione della ricchezza, e il protrarsi delle difficoltà fa da innesco a un’ansia di cambiamento che tende a diventare indiscriminata. L’idea, su cui cercano di fare leva i Repubblicani, è appunto che l’unica via d’uscita consista nel modificare drasticamente la rotta: al diavolo le mediazioni di Obama, che si barcamena tra le pulsioni fameliche di Wall Street e i programmi di assistenza pubblica a cominciare da quella sanitaria del Medicare, e ritorno al neoliberismo d’assalto.  

Anche su questa formula, peraltro, le interpretazioni divergono. Le componenti “libertarian pensano a una competizione che per quanto dura lasci un autentico spazio all’iniziativa individuale e alle capacità dei singoli. Ai loro occhi, viceversa, Mitt Romney è piuttosto il referente delle oligarchie che si preoccupano solo di mantenere i propri privilegi.

Analoghe accuse arrivano allo sfidante di Obama dal mondo degli “integralisti” cristiani, secondo i quali la condivisione delle battaglie contro l’aborto e i diritti degli omosessuali è più apparente che sostanziale. Un modo per acchiappare i voti degli oltranzisti, senza però alienarsi quelli dei moderati.

Tuttavia, per la logica perversa di cui abbiamo detto, alla fine si limiteranno a manifestare il loro dissenso senza arrivare a una rottura definitiva. E una volta che Romney sarà arrivato alla Casa Bianca – se davvero ci arriverà – non resterà loro che augurarsi di poterlo condizionare dall’esterno.

La classica illusione dei portatori d’acqua al mulino altrui. Ovvero degli “utili idioti” di (urgh!) leniniana memoria.

Federico Zamboni

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