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REFERENDUM SUL LAVORO: CHE SIA UN INIZIO

Il fronte si va ampliando, da IdV a Sel e Fiom. Ma dovrebbe consolidarsi in una guerra a tutto campo

Non si tratta di storcere il naso, e di chiedere agli altri di fare sempre di più.

Che si organizzino dei referendum come questi, contro le riforme ai danni dei lavoratori, è comunque giusto. Male che vada servono a ricordare due cose importantissime: la prima è che bisogna reagire con ogni mezzo all’offensiva neoliberista, che ha nel governo Monti la sua manifestazione più smaccata ma che ingloba anche i governi precedenti dei vari Prodi e Berlusconi.

La seconda è che esiste ancora lo strumento del referendum e che sulle grandi questioni lo si deve usare ogni volta che ce n’è bisogno, specialmente oggi che la sovranità nazionale è in balia della Troika e quella popolare si è ridotta a una pura facciata. Oggi che le elezioni sono più che mai svuotate di significato, tra liste bloccate e premi di maggioranza, e che i presidenti del Consiglio li può impone il Quirinale.

Proprio per tutti questi motivi, però, bisogna anche stare attentissimi a non farsi abbindolare da chicchessia. Non bastano le singole iniziative, benché condivisibili, a qualificare partiti o associazioni come forze anti sistema. Per quanto significativo possa essere l’articolo 18, si tratta solo di uno dei tanti diritti che si sta cercando di spazzare via per introdurre, anche da noi, un modello di matrice statunitense.

Questi referendum sono come battaglie. Che hanno davvero senso, e peso, solo se rientrano in una guerra complessiva. E questa, allora, deve essere la domanda agli odierni promotori della consultazione contro la riforma Fornero: sono pronte, le varie IdV e Sel, a un conflitto generale contro le oligarchie che quella riforma hanno voluto-assecondato-imposto?

I segnali che sono giunti finora, purtroppo, vanno in direzione contraria.

 

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