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I SOLITI USA: NAVI DA GUERRA VERSO LA LIBIA

A bordo ci sono missili e truppe di terra. Obama muove i soldati e, con essi, l’industria militare

Dopo l'uccisione dell'ambasciatore Stevens e di altri statunitensi al Consolato di Bengasi, la reazione del Nobel per la Pace Obama è simile a quella di George W. Bush.

Gli Stati Uniti, in profonda crisi economica e alla disperata ricerca di qualsiasi spinta che possa far crescere il Pil, si preparano alla nuova guerra. E lo spettro di Al Qaeda, del quale ora si suppone - si suppone - la responsabilità dell'accaduto, è perfetto per una nuova stagione di grandi investimenti bellici.

Romney si sfrega le mani, perché a meno di due mesi dalle Presidenziali del 6 novembre il suo avversario Obama si trova a gestire una situazione quanto mai spinosa. Se userà le maniere forti rischia di gettare benzina sul fuoco, e di scatenare l’estremismo islamico anche al di fuori della Libia. Se non sarà "duro" abbastanza, i Repubblicani lo tacceranno di debolezza e potranno far leva su un altro tema assai gradito al loro elettorato di americani conservatori e guerrafondai.

Intanto la Libia "liberata" e concessa alle tribù, ai clan e ai gruppi islamici che se la contendono dalla morte di Gheddafi in poi, rivendica il diritto di decidere del proprio destino da sola e senza l'influenza yankee. Ma quel territorio fa gola all'Occidente, e il processo di colonizzazione avviato un anno addietro con le bombe Nato andrà avanti. Con le buone o, più probabilmente, di nuovo con le cattive.

Monti ha confessato: "Ho aggravato la crisi".

Le scoperte di Paul Krugman - SMS