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SUVVIA, UNA MANO ALLA FIAT

Comizio aziendale di Marchionne: io e voi siamo tanto bravi, ma «da soli non possiamo fare tutto»

La riunione di spogliatoio va in scena al Lingotto di Torino, anche se in questo caso lo “spogliatoio” è decisamente allargato e accoglie circa seimila persone, tra dirigenti e quadri della Fiat.

Il presidente John Elkann, il giovanotto in lega leggera, e l’allenatore Sergio Marchionne, il 60enne al cromo vanadio, arringano la loro numerosissima squadra e fanno quello che è logico, visto il proprio ruolo e la natura dell’incontro. Cercano in tutti i modi di rincuorare gli astanti, a fronte dei grandi dubbi sulla permanenza in Italia del Gruppo e delle infuocate polemiche sulle sue strategie sempre più internazionali. 

Il risultato, in questa fiera dell’autocelebrazione, è inquietante per un verso ed esilarante per l’altro.

L’ideale, avendo un po’ di tempo da perdere, sarebbe avere la registrazione completa. O ancora meglio un filmato integrale, girato da qualcuno che ci sapesse fare e che quindi riuscisse a cogliere efficacemente le espressioni dei volti e la gestualità, sia volontaria che involontaria.

Tuttavia, per averne una congrua impressione basta leggere gli stralci che sono stati pubblicati qua e là, tratti sia dal “comizio” che dalle dichiarazioni rilasciate ai giornalisti a margine dell’incontro. Il filo conduttore, come abbiamo riportato nel sottotitolo, è che in Fiat sono tutti bravissimi – da Marchionne in giù (e con Elkann, ça va sans dire, che svolazza beato e inarrivabile nell’empireo dei proprietari, i quali sono bravissimi per definizione) – e che però potrebbe non bastare: «Noi ci impegniamo a fare la nostra parte, ma da soli non possiamo fare tutto. È necessario iniziare da subito a pianificare azioni, a livello italiano ed europeo, per recuperare competitività nazionale».

L’azienda, del resto, se lo merita appieno: «La Fiat è un esempio positivo, l'esempio di una grande impresa industriale che non si rassegna all'abbandono, che non perde tempo a predicare, ma si impegna per fare, per costruire, per progredire, siamo l'esempio di quella parte del Paese che si tira su le maniche e si mette alla prova, siamo quella parte dell'Italia che vuole cambiare per sopravvivere ma che lotta. Abbiamo obiettivi credibili e persone di valore, abbiamo idee, coraggio e determinazione e non ci serve altro».

Le grandi capacità produttive e manageriali, peraltro, sconfinano in qualcosa di più. In qualcosa di etico. Che dovrebbe indurre chiunque altro al rispetto. Alla reverenza. Al silenzio, se non per spargere lodi e ringraziamenti.

Nessun parli, quindi. «Né sindacati, né politici né gente che fa le borse». Tanta maldicenza, che diamine, può avere effetti deleteri sul morale di chi è così impegnato a lavorare: «quando si viene attaccati, come siamo attaccati noi ora, quando le menzogne passano per verità, quando ti accorgi che vince chi urla di più il rischio è che dopo la rabbia iniziale si venga presi dallo sconforto».

Ci credereste? Persino SuperSergio ne è rimasto vittima, di quando in quando: «È successo anche a me. A volte mi sono chiesto se ne valga la pena ma poi mi sono reso conto che chi urla non ha più ragione, ha solo più fiato, loro non sono la maggioranza e non sono certo la parte sana del Paese».

Niente paura, però. Marchionne è di tempra superiore, e possiede il coraggio dei grandi guerrieri. Anzi, dei paladini: «State facendo sacrifici e ci bersagliano. Lo facciano con me ma non con voi».

Il che disvela, indirettamente, dove potrebbe trasferirsi la Fiat, se davvero lascerà l’Italia. Non già nel Michigan, per riunirsi all’amatissima Chrysler, bensì a Camelot, leggendaria location delle nobili gesta di Re Artù.

(fz)

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