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SILVIO: MANNAGGIA ALL’EURO, MA VABBÉ

In apparenza una requisitoria, dalla moneta unica all’Imu e ad Equitalia. In realtà un avallo a Monti & C.

Berlusconi torna in scena, per la presentazione di un libro del suo ex ministro Renato Brunetta, e come al solito ne dice di tutti i colori.

L’apertura dell’articolo apparso su Repubblica ne dà una panoramica efficace: «L'euro? Un grande imbroglio. L'inflazione? Se aumenta di un paio di punti, potrebbe favorire l'economia. La Germania? Non è stato un Paese solidale. E se uscisse dall'euro, non sarebbe una tragedia». E ancora: «Il grande imbroglio non è il governo tecnico, il grande imbroglio è l'euro [che] non ha alle spalle una Banca centrale di sostegno. Gli stati hanno deciso di rinunciare alla politica monetaria e a stampare moneta, hanno passato diritto alla Ue e attraverso essa alla Banca centrale europea».

Il termine sintetico che viene da utilizzare, una volta di più, è “straparla”. Nell’intento di soggiogare i presenti, e per estensione l’elettorato, l’ex premier butta nel calderone della propria foga oratoria tutto quello che gli fa comodo, senza porsi minimamente il problema che a legare (armonizzare) le diverse affermazioni vi sia un filo conduttore preciso, e una logica almeno passabile.

Quelle che abitualmente, e assai superficialmente, vengono considerate delle doti di “grande comunicatore” si riducono in effetti a questo: un’attitudine, quanto mai spudorata, a solleticare gli umori del momento della platea che gli sta davanti, nel presupposto che si tratti di un frammento, comunque rappresentativo, di una parte consistente dell’opinione pubblica. Da qui, inoltre, deriva anche la tendenza altrettanto superficiale, e inconsapevole, a liquidarlo come un imbonitore di grande efficacia ma di basso profilo, il cui unico scopo è quello di abbindolare i fessi per ritrarne vantaggi personali. Vedi la classica, abusata, riduttiva spiegazione del suo ingresso in politica – la famigerata “discesa in campo” del 1994 – allo scopo di neutralizzare in un sol colpo gli incombenti processi a suo carico e l’enorme indebitamento di Fininvest.

Non che non ci fosse del vero, in queste interpretazioni, ma erano appunto riduttive. E lo erano in quanto postulavano, e quel che è peggio hanno continuato a farlo in seguito fino ad arrivare a tutt’oggi, che Berlusconi fosse, e resti, un autocrate che risponde solo a se stesso. E che, quindi, non ha nulla in comune con le altre oligarchie di potere, sui diversi (diversi?) binari della politica, delle istituzioni e dell’economia.

L’abbaglio, per chi vi sia incappato in buona fede, è verosimilmente da addebitare a un approccio limitato al solo ambito italiano, anziché a quello internazionale. Tralasciando così il quadro complessivo di un Occidente che, come sempre, è egemonizzato dagli Stati Uniti, e dunque succube delle strategie di Washington.

In questa prospettiva allargata, doverosamente allargata alle sue effettive dimensioni, il ruolo di Berlusconi è stato, o è diventato con l’andare del tempo, quello richiesto dalla pantomima politica contemporanea: una finta forza di opposizione al sistema dominante, o piuttosto a certi suoi spezzoni, che desse ai cittadini l’illusione di aver cambiato drasticamente direzione rispetto al passato, quando invece si stavano inoltrando, tutt’al più, su una tangenziale che li avrebbe allontanati dalla Prima repubblica solo per ricondurli alla sua versione attualizzata, e falsamente rinnovata, della Seconda repubblica.

Una volta che si sia compreso questo, i pezzi del puzzle vanno a posto e diviene tutto chiarissimo. Per il passato e per il presente. E in particolare per quanto riguarda gli ultimi dieci mesi, dalle dimissioni da presidente del Consiglio che spianarono la strada, complice Napolitano, all’avvento di Monti, fino alle ultime dichiarazioni. Che, come abbiamo visto, addebitano ogni colpa all’Euro, e alla Germania, anziché ai deliranti  eccessi della finanza internazionale, arrivando così ad assolvere il governo tecnico e colui che lo guida.

Il Berlusconi che tuona contro l’euro, definendolo «il grande imbroglio», è lo stesso che si augura che nessun Paese Ue esca dalla moneta unica, puntualizzando che «sarebbe una soluzione assolutamente negativa, perché comporterebbe la disintegrazione dell'Unione Europea oltre che dell'euro». I suoi sono attacchi che sembrano esplosivi ma che in realtà sono a salve: se la prende con l’Imu, «tassa che colpisce la casa su cui le famiglie italiane fondano la loro sicurezza»; si inalbera contro il fisco «occhiuto» e degno di uno Stato «di polizia tributaria» che ritorna al redditometro e che utilizza Equitalia come braccio armato; ma poi la requisitoria resta appesa al nulla, visto che  lui si guarda bene dal riconoscere che quelle mostruosità sono un tutt’uno col governo tecnico e con le sue concezioni in materia di “risanamento” dei conti pubblici. 

Imbonitore sì, ma al servizio dei medesimi poteri che finge di attaccare.

Federico Zamboni

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