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Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Stooges & Iggy Pop – Live a Firenze - recensione

La differenza tra l’abitudine e il sacro fuoco della passione ha un nome ben preciso. Si chiama: classe.

Se pensate che superati i sessant’anni ci siano soltanto gli ultimi spiccioli di attività prima di andare in pensione (chi ci arriva, certo…), sareste dovuti venire qui a Firenze, ieri sera. Gli Stooges hanno, probabilmente, dato l’addio alle scene concertistiche italiane senza risparmiare un grammo uno di ardore e competitività, in una Piazza della Repubblica stracolma fino all’inverosimile. Ci sarebbe da chiedersi se, in termini di ordine pubblico, la location scelta sia stata proprio quella giusta. Ma, per una volta, si può far finta che il discorso passi in secondo piano.

Il loro live set, neanche a dirlo, è partito col botto. Raw Power ha catapultato sul palco il quintetto di Detroit senza alcun preavviso, trasformando il salotto buono del capoluogo toscano in un catino rabbioso. Eccoli là, i padri putativi del rock duro, a pestare sugli strumenti facendosi beffe dell’anagrafe. Scott Asheton dietro le pelli batte i quarti martellando indiavolato, guidato dalla linea scabra del basso di Watt e dal riff assassino del buon Williamson, mentre la presenza magnetica di McKay comincia ad aleggiare nell’aria con i primi trilli di sax. E poi, beh, sì, poi c’è lui: Sua Maestà James Osterberg, aka Iggy Pop.

Torso nudo e assoluta incontrollabilità sulla scena, conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno dopo 45 anni di carriera, quali sono le qualità di performer che lo hanno reso una delle icone ineguagliabili del rock. Il campionario di mosse, ghigni, stage diving e balletti isterici è quello del grande mattatore, di chi nel proprio Dna ha scolpiti a fuoco e sangue i paradigmi del bìos spettacolare. Anche la voce, e ci mancherebbe, va come si deve, guidando le svariate migliaia sotto di lui attraverso le gemme più lucenti della storia degli Stooges. Fantastico il “bis tribale” (con il concerto di Verona) di Shake appeal, che catapulta sullo stage un manipolo di fortunati giovani permettendogli di scatenarsi a fianco all’Iguana. Da notare che qualcuna ha anche ben pensato di denudarsi durante questo indimenticabile momento. Uno spettacolo selvaggio!

Search and Destroy, Louie, Louie e Fun house confermano lo stato di forma del combo americano, che è ancora perfettamente in grado di subissare il proprio pubblico con una ritmica aggressiva e i deliranti intrecci sonori tra la voce di Iggy e il sax acido di McKay. L’immediato sottopalco diventa ogni secondo che passa una bolgia di corpi che sbattono, sudano, si contorcono, e quando arriva il momento di I wanna be your dog, Piazza della Repubblica è ormai totalmente fuori controllo. L’Iguana non dà tregua e scandisce a squarciagola le liriche micidiali di No fun. Vi assicuro: a nessuno, proprio a nessuno viene in mente di trovarsi di fronte a musicisti che hanno imboccato il viale del tramonto. No, sarebbe proprio dire il falso.

Ma questa di Firenze è un’occasione troppo speciale. Potrebbe essere, nonostante le voci su un possibile nuovo album corrano da diverso tempo in rete, l’ultima occasione di vedere la band live nel nostro Paese. E loro lo sanno, sanno che è giusto riservare ai propri fan una coda indimenticabile prima di non tornare più. Ecco qua, arrivano i bis e succede quello che forse la totalità dei presenti ha (neanche troppo) segretamente sperato: gli Stooges  si “trasformano” per un attimo nella Iggy Pop band e, sì, attaccano The Passenger. Il celeberrimo LA-LA-LA-LA-LA-LA-LA del pezzo è un boato urlato dai presenti di ogni età e deve raggiungere i quartieri alti del cielo, visto che le minacciose nubi che hanno inzuppato Firenze nel pomeriggio si allargano definitivamente, rendendo la notte, una volta per tutte, magica. Degna conclusione, a questo punto, non può che essere Johanna – “A song about death”, come l’annuncia l’Iguana – a prosciugare gli ultimi residui di energia delle esauste prime file. E anche della band, a onor del vero.

Dopo un ultimissimo pezzo, c’è tempo solo per le chiose di passerella e le mani dei cinque si alzano a salutare un’ultima, emozionante volta la folla prima di ritirarsi dietro le quinte.

C’è poco da aggiungere, ragazzi. Gli Stooges hanno dimostrato che si può invecchiare conservando la forza di un uragano del Texas e la dignità formale di una principessa indiana. Il loro rock’n’roll è come la più preziosa bottiglia di vino conservata nella migliore enoteca del mondo. Passano gli anni, tanti, tantissimi, eppure non perde mai il suo eccellente sapore. E, soprattutto, la capacità di risultare sempre integro e incorrotto, ottimo al palato.

Come si dice oggi: bisognerebbe clonarli, per stare tranquilli!

Per chi c’è stato, una serata da raccontare. Per chi è rimasto a casa… NO FUN!

Domenico “John P.I.L.” Paris. 

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