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Il Fronte Nazionale di Marine Le Pen e quello di Jean Marie

I risultati ottenuti dal Fronte Nazionale alle elezioni nel cantone di Brignolles (Sud della Francia) e gli ultimi sondaggi ufficiali che danno Marine Le Pen in testa alle europee dimostrano che il vento in Occidente sta cambiando. Da una parte c’è la volontà di andare oltre la sterile alternanza tra la destra e la sinistra, dall’altra invece c’è un chiaro contrasto tra la politica ultra-liberale di Bruxelles e le condizioni sociali dei cittadini. Non è un caso infatti che l’ascesa politica del Movimento 5 Stelle in Italia vada nella stessa direzione (pur con gli enormi limiti che sottolineiamo da tempo) nella misura in cui queste strutture politiche si inseriscono all’interno delle crepe di sistema provocate dalle contraddizioni del capitalismo stesso.

Negli ultimi mesi alcuni esponenti del centro-destra italiano hanno guardato a Marine Le Pen come modello di riferimento per ricostruire un nuovo laboratorio politico che sostituisca il Popolo della Libertà. Un avvicinamento impossibile in realtà dal momento che il Fronte Nazionale non ha mai millantato i partiti tradizionali, partecipato ad un governo di maggioranza o goduto del sostegno dell’apparato mediatico-giornalistico, ma soprattutto dal momento che Marine Le Pen non è suo padre Jean Marie. Il Fronte Nazionale non è più quel partito “identitario e anti-comunista” – molto simile al Movimento Sociale Italiano degli anni Settanta e a quei partiti attuali dell’estrema destra nordica che si rifanno ad un certo neoconservatorismo di importazione Usa – che sulle note di un linguaggio nostalgico poneva al centro del dibattito politico-mediatico i temi quali immigrazione e sicurezza.

A seguito della caduta del muro di Berlino e con il rimodellamento del continente europeo (firma del Trattato di Maastricht prima e quello di Lisbona dopo), il Fronte Nazionale ha poco a poco fatto slittare i cardini del suo manifesto politico dalle questioni identitarie (“Vichysmo” e “Algeria francese”) e migratorie (lotta all’immigrazione e alla clandestinità) a quelle economiche (critica alla globalizzazione e sovranità monetaria), sociali (lotta alla povertà e al precariato) e di liberazione nazionale dalle sovrastrutture come Unione Europea e Nato (riappropriazione della sovranità politica e militare) capovolgendo radicalmente il modo di fare politica. La svolta risale al discorso di Parigi del 2010 quando Jean Marie Le Pen, ormai prossimo a lasciare il timone a sua figlia Marine, rivoluzionò i punti programmatici del partito dichiarando guerra al mondialismo, all’eurocrazia e al Libero Mercato.

MLP rimane fedele al discorso di Parigi e rinnova il linguaggio politico del Fronte Nazionale. Elimina la fiamma tricolore – ripresa dal Msi – dal simbolo del partito, e nel discorso del 22 aprile, poco prima delle elezioni presidenziali del 2012, rifiuta i termini “destra” ed “estrema destra”: «la destra ha disertato l’idea di patria, sottomettendola alle leggi del mercato. La sinistra invece l’ha disertata rimpiazzandola con l’internazionalismo. Io sono l’unico candidato che si oppone al sistema, il FN è la patria contro il mondialismo». Marine Le Pen a differenza del padre pone al centro del dibattito il concetto di sovranità nazionale (economica e politica), dialoga con la comunità musulmana su basi nuove, difende gli interessi di operai, agricoltori, allevatori e dei piccoli imprenditori, si oppone alle guerre atlantiste, guarda alla Russia di Putin in vista di un mondo multipolare, attira nel suo campo i marxisti che votavano per il Partito Comunista Francese (oggi stampella della sinistra liberal-democraticata di Hollande).

Il Fronte Nazionale di Marine Le Pen appare dunque trasversale, di avanguardia, di rottura con il sistema bipolare, ma soprattutto mira alla conquista dell’Eliseo, a differenza di Jean Marie che probabilmente non ha mai voluto arrivare al potere.

Sebastiano Caputo 

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