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Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Attendere, prego: il governo vi farà sapere

Primo esempio: l’Italia, dove l’Esecutivo dovrebbe partorire domani la legge “di stabilità”, senza però che si sappia ancora in quali termini. Motivo per cui fioccano le ipotesi, più o meno azzardate, ed Enrico Letta ha la faccia tosta di lamentarsene via Twitter: «Giornali a caccia di indiscrezioni spacciate per fatti sulla legge di stabilità. Invito a leggere testo vero del cdm martedì. Il resto è solo caos».

Secondo esempio: gli USA. Impantanati da due settimane nello shutdown che ha imbrigliato la spesa corrente, con 800 mila dipendenti pubblici che sono stati lasciati a casa senza stipendio e senza sapere quale sorte li attenda, e ormai arrivati a soli tre giorni dalla scadenza del 17 ottobre, che in mancanza di un accordo sull’innalzamento dell’attuale limite all’indebitamento federale comporterebbe il default. Nell’agosto 2011 si accordarono all’ultimo minuto. Questa volta, chissà.

Sono solo due tra gli innumerevoli casi analoghi che si potrebbero citare, pescando a piene mani negli archivi sia nazionali che esteri, sia nel passato recente sia in quello meno prossimo. Casi che sono divenuti talmente ricorrenti da essere percepiti come normali, facendo appunto dimenticare che non dovrebbero esserlo affatto. Ed evitando quindi che si rifletta sul perché, in un ambito decisivo come la politica economica, i cittadini debbano restare sistematicamente sulla corda, in attesa di scoprire che cosa i rispettivi governi avranno deciso per loro.

Le motivazioni di facciata, che peraltro ci si guarda bene dal formulare esplicitamente e che perciò vanno desunte per via indiretta, sono tipiche della messinscena pseudo democratica e sfruttano a proprio vantaggio le difficoltà, oggettive ma per nulla casuali, disseminate un po’ dappertutto dal liberismo globalizzato e dalla finanza speculativa su scala planetaria. Quelle difficoltà che certo sono enfatizzate al massimo grado dalla crisi in corso, ma che in sistemi altamente instabili come quello odierno incombono sempre e comunque, in ogni contesto e in ogni fase. Se ci si sta espandendo rapidamente, in stile Brics, lo spauracchio è la frenata; se si cresce a fatica, come nelle “mature” economie occidentali, la spada di Damocle è l’ulteriore rallentamento o persino la recessione; e anche se ci si trova in una congiuntura diversa, e in qualche modo intermedia, non si può mai stare tranquilli: quando tutto intorno le variabili sono infinite, e troppo numerose le interconnessioni reciproche, il rischio di finire invischiati in dinamiche perniciose è pressoché inevitabile, quand’anche non si sia fatto nulla per rimanervi coinvolti.

Da un lato, dunque, l’alibi è fornito dalle caratteristiche stesse del modello complessivo. Dall’altro viene rafforzato dalla litigiosità delle diverse forze politiche, che anche nei sistemi bipolari, vedi l’Italia, o addirittura bipartitici, vedi gli USA, lascia spazio a esiti elettorali ambigui e a contrasti, talvolta sotterranei e talaltra dirompenti, che creano un clima di perenne incertezza e spingono a soluzioni di compromesso. Attenzione: non a vere e proprie intese ad ampio raggio e sulla base solida di una mediazione risolutiva e persistente, sia pure a partire da approcci assai diversi, ma a convergenze circoscritte e appese al filo sottile di accordi momentanei, che non di rado sopraggiungono solo in extremis.

La mistificazione, se ancora non fosse chiaro, è che queste turbolenze rimangono comunque inscritte in una medesima visione della realtà, che corrisponde a quella dominante. In apparenza viene fatto sembrare che l’intensità delle discussioni sia legata alle strategie da adottare, mentre invece riguarda sì e no le tattiche da seguire per conseguire i diversi obiettivi.  

Oltre a circuire la popolazione su questo aspetto cruciale (basti pensare ai sindacati, e al modo in cui hanno assecondato il progressivo ridimensionamento del potere contrattuale dei lavoratori) si determina un duplice danno. Per un verso ci sono le ripercussioni negative della lotta per la spartizione del potere, dalle semplici perdite di tempo alle contropartite inconfessabili e sottobanco. Dall’altro c’è l’inganno di discussioni e conflitti che in teoria dovrebbero equivalere a un’evidente manifestazione di democrazia, stante che avvengono tra i “democratici” rappresentanti dei diversi partiti, ma che in effetti sono l’esatto contrario, scaturendo dalle contese tra fazioni oligarchiche che antepongono i loro specifici interessi a quelli generali dei cittadini.

Il risultato, come abbiamo già visto, è che si è venuta a creare un’assuefazione a questo modo di procedere, nonché di presentarlo a livello mediatico, per cui non se ne coglie più l’intrinseca assurdità. E dunque, per tornare all’inizio, molte persone non solo si lasciano risucchiare nell’atmosfera di terribile suspense che circonda ogni decisione di governo – manco ci si stesse misurando con dilemmi inediti e di esoterica complessità – ma trovano quasi lodevole che il Letta di turno si infastidisca per i tentativi di “indovinare” che cosa mai si deciderà nell’ennesimo conclave.

Un altro capolavoro dell’istupidimento collettivo: le masse devono attendere che si compia il loro destino con trepida partecipazione, ma senza proferire parola. Tutt’al più, ammirate e commosse dagli sforzi profusi a loro favore, applaudiranno alla fine.

Federico Zamboni   

Dietro front dell’Unione Africana

Podcast C'è qualcuno lì fuori? del 14/10/2013