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“Democrazia Boomerang”. La Libia “liberata” è una polveriera

La vicenda che ha visto come protagonista il primo ministro libico Ali Zeidan – rapito il 10 ottobre da un gruppo armato qaedisti, molto simile a quello presente in Siria - è il riflesso di un Paese frammentato, devastato dal terrore e dall’insicurezza, privo di un governo forte e centralizzatore, alla mercé delle più disparate multinazionali del settore energetico

 

La “nuova” Libia è una giungla dove la democrazia decantata dai “liberatori” è soltanto una chimera. La vicenda che ha visto come protagonista il primo ministro libico Ali Zeidan – rapito il 10 ottobre da un gruppo armato qaedisti, molto simile a quello presente in Siria - è il riflesso di un Paese frammentato, devastato dal terrore e dall’insicurezza, privo di un governo forte e centralizzatore, alla mercé delle più disparate multinazionali del settore energetico, le stesse che due anni fa hanno partecipato alla destabilizzazione del territorio durante l’aggressione militare. Dopo la sua liberazione Ali Zeidan è tornato a parlare e ha evocato il tentativo di golpe da parte dei suoi oppositori. In un’intervista rilasciata a Repubblica pochi giorni dopo il sequestro, il premier libico ha lanciato un appello di solidarietà alla comunità internazionale: “il mondo ci ha aiutato per combattere e sconfiggere il regime di Gheddafi, questo sostegno non può interrompersi: da soli non ce la facciamo”.

La “democrazia export” è una soluzione imprevedibile, ma soprattutto instabile perché i governi di transizione, calati dall’alto e sradicati dall’identità culturale, non godono di nessun consenso popolare e fanno fatica a fronteggiare le richieste del popolo. Ali Zeidan ne è la prova. Ex diplomatico, lasciò il suo incaricato negli anni Ottanta per fondare il Fronte Nazionale per la Libia, insieme all’attuale capo di Stato Mohammed Magariaf, il 7 ottobre 1981 a Khartoum, capitale del Sudan. Legato ai Fratelli Musulmani, il Partito di Zeidan e Magariaf fallì il colpo di Stato contro Gheddafi l’8 maggio 1984, uccidendo più civili che il regime del Colonnello in 41 anni. Rifugiato in Svizzera, è stato anche - come scrive il sito “Reseau Voltaire” gestito dal giornalista francese Thierry Meyssan - uno dei fondatori della Lega libica per i diritti umani e nel 2011, organizzazione che avrebbe persino presentato una falsa relazione al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, che accusava Muammar Gheddafi per aver ucciso più di 6mila oppositori. Falsa relazione che ha fornito alla Nato il pretesto per istituire una no-fly zone sul Paese e intervenire militarmente. Durante la guerra contro la Libia, Ali Zeidan è stato uno dei membri più influenti del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt), riconosciuto come unico rappresentante legittimo del popolo libico da parte degli Stati belligeranti, non a caso successivamente al rovesciamento del Colonnello, Mohammed Magariaf è diventato presidente, mentre Ali Zeidan è stato nominato primo ministro.

La “democrazia export” è un boomerang che quando torna indietro è incontenibile. L’instabilità politica è il riflesso di un’instabilità sociale dove i gruppi radicali, forti dell’arsenale militare accumulato dopo la caduta di Muammar Gheddafi, non hanno abbandonato le armi, e mirano a balcanizzare il territorio libico, esattamente come accadde nella Jugoslavia di Tito. Senza il pugno duro di Muammar Gheddafi la “nuova” Libia è in balia del separatismo delle varie regioni e comunità etnico-religiose che la compongono. E se da sempre la regione più ribelle a al governo centrale è stata la Cirenaica (area dove si concentrano le più importanti raffinerie e gli impianti di estrazione del petrolio e del gas) - proprio da lì partì nel febbraio 2011 la rivolta contro il Colonnello - adesso è il Fezzan, parte desertica situata a Sud-Ovest, a rivendicare la propria indipendenza. La Libia è una polveriera, e Ali Feizan sta raccogliendo solo l’odio che ha seminato prima dai salotti di Ginevra, e oggi da quelli di Tripoli.

Sebastiano Caputo

 

 

 

 

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