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Nucleare iraniano. A Ginevra incognite e déjà vu

Prende il via oggi a Ginevra la due giorni di negoziati per un accordo sul nucleare iraniano. Al tavolo il gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina e Germania) e la Repubblica Islamica. Sono i primi colloqui sul nucleare da quando Hassan Rohani è diventato il presidente dell’Iran ad agosto. Il neo capo dello Stato iraniano ha detto di voler raggiungere un accordo entro sei mesi. Tuttavia è difficile aspettarsi qualche reale passo avanti. A dispetto dell’immagine di Rohani, che viene dipinto in Occidente come un moderato, è difficile prevedere degli avanzamenti nella due giorni di Ginevra. I negoziatori occidentali hanno più volte richiesto che l’Iran fermi la produzione e l’accumulazione delle riserve di uranio arricchito al 20% - visto come la volontà di dotarsi di arma nucleare – e che porti all'estero alcune delle sue riserve. Tuttavia Abbas Araqchi, il negoziatore del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, domenica ha ribadito che non verrà accolta nessuna richiesta che contempli per l’Iran l’abbandono delle sue riserve di uranio arricchito: «Non permetteremo che neanche un grammo di uranio vada fuori del paese», ha affermato, citato dalla tv iraniana. Nel suo profilo Facebook, il ministro Zarif si è detto «pieno di speranza che da mercoledì possiamo giungere ad accordo su una roadmap», ma la realtà dei fatti non sembra essere troppo lontana dalla politica intransigente dell’era Ahmadinejad. La delegazione iraniana sta andando a Ginevra per offrire le minime concessioni necessarie a ottenere il massimo possibile sulla sospensione delle sanzioni, soprattutto quelle che negano all’Iran l’accesso al sistema bancario internazionale. Queste concessioni potrebbero includere una promessa di maggiore trasparenza nella quale è probabile che alla comunità internazionale sia accordato un più ampio accesso ai siti nucleari iraniani, nonostante occorre ricordare che l’Aiea ha sempre avuto ampio accesso ai siti di arricchimento. La palla è quindi in mano all’Occidente, che dipingendo Rohani come un moderato da contrapporre al suo “tirannico” predecessore, potrebbe fare in realtà dei passi indietro per cercare di smuovere una situazione che nella realtà è cristallizzata da anni. Secondo Bloomberg l'amministrazione Obama potrebbe “ricompensare” eventuali “concessioni” da parte di Teheran col disgelo di alcuni assets iraniani presenti nelle banche occidentali. In questo caso la Casa Bianca potrebbe affermare, e tecnicamente a ragione, di non aver ceduto sulle sanzioni. Un trasferimento una tantum di soldi all’Iran non segnalerebbe necessariamente un cambio permanente di strategia, anche se scuramente non piacerebbe a Israele che da tempo cerca di scatenare una reazione statunitense contro Teheran. Gli attacchi, in questo momento di vera o presunta distensione, provengono solo da Tel Aviv: lunedì, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha infatti dichiarato che sarebbe sbagliato allentare le pressioni su Teheran e che ogni mossa che legittima il governo iraniano fortifica solamente i suoi «elementi intransigenti» e l’Ayatollah Ali Khamenei, che sarà «percepito come il vincitore».

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