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Democristianucci forever

Giovanardi lo dà per certo. In una dichiarazione all’Ansa afferma che «ci sono i numeri per nuovo gruppo. Voteremo la fiducia». Parole inequivocabili che, nell’approssimarsi della verifica odierna in Parlamento, attestano una totale divergenza rispetto alla linea dettata da Berlusconi. Ergo, si parla apertamente di una scissione all’interno del Pdl, che renderebbe il ritorno alla dicitura originaria di Forza Italia non soltanto un cambio di denominazione ma il riverbero di uno sconvolgimento interno. Che peraltro era nell’aria da tempo e che, di fronte al fatale indebolimento del Capo supremo a causa della condanna penale che gli è stata inflitta e che è in procinto di limitarne la libertà personale, giunge infine a palesarsi senza ulteriori remore.

I fedelissimi di Silvio gridano al tradimento, ma così facendo si fermano alla superficie. Quando invece, per capire cosa sta succedendo, bisogna guardare in profondità. E ricordare – come del resto bisognerebbe fare anche dalle parti del Pd – che quello che si manifesta oggi è l’esito di un vizio d’origine. Un vizio tipico del bipartitismo/bipolarismo coatto che si è cercato in ogni modo di imporre qui in Italia, nel tentativo di salvaguardare l’establishment economico-politico e trasformare l’umiliante sgretolamento della Prima repubblica nel trionfale consolidamento della Seconda. Proprio per questo, allora, si deve tornare a quegli anni. Che ormai sono all’incirca venti.  

Chi se lo ricorda, con esattezza? La Democrazia Cristiana si dissolse tra l’autunno 1993 e il gennaio 1994, sull’onda degli scandali di Tangentopoli e delle relative inchieste giudiziarie. Per un verso fu un’implosione, che fece crollare l’intero edificio del principale partito italiano; per l’altro fu un’esplosione, o piuttosto una serie di scoppi successivi, che ne sparse i pezzi tutto intorno.

Conseguenze apparenti: epocali. Danni effettivi: assai più limitati. Danni irreversibili: tutti da verificare. Che bisognasse cambiare veste era indubbio, ma si trattava appunto di un problema di riorganizzazione. Il riassetto di un’azienda, anzi di una holding, che al di là del crollo conclamato conservava gran parte di ciò che l’aveva resa forte, dal know-how alla clientela. Un conto era aver perso il marchio, e disperso il Consiglio d’amministrazione. Un altro era essere condannati, a priori, a uscire di scena in via definitiva.

I motivi per confidare in un recupero non mancavano. La Dc era stata un’enorme struttura di potere, ma ciò discendeva dal fatto che essa era, e rimaneva, la manifestazione politica di settori cospicui della società italiana. Quel potenziale era sopravvissuto, almeno in parte, ed era da lì che bisognava ricominciare. La diaspora aveva i suoi pro e i suoi contro. E assicurava un enorme vantaggio: visto che la Dc non esisteva più, d’ora in avanti non la si sarebbe potuta accusare che in contumacia. Ma visto che esistevano ancora i democristiani (ex, new, post, o come altro li si volesse denominare) nulla vietava che essi continuassero ad agire. Un po’ qua, un po’ là. Un po’ nel centrodestra e un po’ nel centrosinistra. Tanto – si sa – per i cattolici la Storia, o prima o dopo, coincide con la Provvidenza.     

Chiamiamoli “simil Dc”, allora. Così, giusto per usare una sola etichetta e con beneficio d’inventario. Affianchiamoci subito qualche nome e, insieme ai nomi, le relative facce, per verificare al colpo d’occhio che la categoria è forse sfuggente in linea teorica ma intuitiva sul piano pratico: Alfano e Lupi, nel Pdl, ed Enrico Letta e Renzi, nel Pd. Accanto a Lupi mettiamo tutta la fervorosa genia dei ciellini, che ha in Formigoni un altro nitido esempio, e nei pressi di Letta i veltroniani, categoria meno stringente rispetto a quella di Cl ma con una tipologia alquanto omogenea (e molto light, come certe bevande dietetiche per golosi travestiti da morigerati).

Fatto questo, proviamo a dimenticarci gli schieramenti attuali e immaginiamoci che tutti loro, nonché i moltissimi altri che indipendentemente dalla loro collocazione sono fatti all’incirca della medesima pasta, non abbiano mai smesso di pensare a sé stessi come pianeti e pianetini di una stessa galassia. Che per quanto vasta e diversificata, e piena di nebulose, ha pur sempre un suo specifico che la rende diversa dalle altre.

Dovrebbe essere chiaro, adesso. Chi taccia i dissidenti del Pdl di essere dei transfughi si sbaglia di grosso. Essi sono invece degli infiltrati. Per una ragione o per l’altra si sono posizionati su questo o quel lato del confine, per lo più fittizio, del bipolarismo all’italiana: ma si è trattato solo di un espediente tattico, un po’ per assecondare le ambizioni personali di carriera e un po’ per agire dietro le quinte, in attesa di uscire allo scoperto laddove si rendesse  necessario.

Democristiani anche senza la Dc. Democristiani non solo per calcolo ma per indole. Per affinità elettiva, ed eredità oggettiva, nei confronti dei loro predecessori che hanno governato l’Italia per quasi mezzo secolo, dal dopoguerra ai primi anni Novanta, barcamenandosi tra le pressioni del Vaticano e quelle di Washington.

Democristianucci per sempre.

Federico Zamboni    

 

 

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