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La Repubblica, scoop ritardati, e roboanti conversioni religiose

Gironzolando sul web, la mattina, dopo aver portato figli a scuola, cani a fare pipì e avere sintonizzato la tv sull’ennesimo tg che snocciola dati deprimenti su spread e mercati, si può incappare in notizie che tutto ridimensionano. Si può trovare, sul sito di Repubblica.it un articolo di Andrea Tarquini, corrispondente, e il mondo ci può apparire sotto una luce diversa: il cambiamento è possibile... 

Il nostro corrisponde dall’Ungheria e si accorge solo ora della divertente capriola fatta dal numero due del partito Jobbik, risalente oramai allo scorso agosto. Nonostante la notizia sia “vecchiotta”, ne coglie la portata rivoluzionaria. Ma andiamo con ordine. 

Csanád Szegedi, il signore in questione, dopo anni passati a trovare in ogni male del mondo lo zampino dell’internazionale ebraica, ha scoperto che sua nonna materna era sopravvissuta ad Auschwitz. Proprio lui, il flagellatore antisemita, scopriva di essere ebreo. Il destino sa scherzare come nessuno. 

Cotanta presa di coscienza, da parte di un individuo profondamente convinto delle proprie – pur strampalate - idee, sarebbe dovuta sfociare, per coerenza, in un harakiri in diretta tv nazionale. O in una dichiarazione di profonda convinzione di quanto sempre sostenuto, a dispetto di sangue e origini oramai conclamate. E invece no. Il signor Szegedi, dopo un’iniziale – e prevedibilmente fallimentare - tentativo di conciliare la militanza nello Jobbik e le sue origini, ha iniziato a frequentare la sinagoga, a imparare l’ebraico ed il significato di kosher e Shabbat. È poi uscito dal movimento di estrema destra, ma senza rinunciare al seggio ottenuto con quel partito a Strasburgo, poi ha chiesto scusa e ora afferma che ha scoperto di poter conciliare le sue idee conservatrici «come ungherese e come ebreo osservante». Perfetto. 

Un gran travaglio interiore per arrivare da un’accettazione acritica di idee suprematiste a quella, evidentemente altrettanto curiosa, di una fede religiosa alla quale aderire per solo sangue. Se, insomma, la nonna non avesse confessato il suo segreto, Szegedi col Talmud avrebbe continuato a riscaldarci casa. 

Non si può non ironizzare di fronte a tale punizione (divina, scappa da dire) per un partitello che, probabilmente conscio della difficoltà di veicolare temi come la sovranità ha fatto la sua fortuna solleticando le paure dell’ungherese medio. Ma la parte divertente dell’articolo di Tarquini non si limita al soggetto. Perché all’acriticità, antica e presente, del personaggio ispiratore si accompagna l’acriticità dello scrittore, che ne interpreta la giravolta in chiave di “illuminazione sulla via dell’Europa” per Budapest. 

Orban, definito “nazionalconservatore e euroscettico” comincia finalmente ad ascoltare consigli e pressing di Merkel e Barroso e «a correggere la rotta: controlli più morbidi sulla stampa, atteggiamento più ‘friendly’ verso gli investitori stranieri e, soprattutto, nuove, dure leggi contro l’antisemitismo e il negazionismo». Insomma, Orban si sta finalmente orientando su quelli che Tarquini definisce «valori costitutivi del mondo libero postbellico». Così la presa di coscienza e successiva illuminazione di Szegedi diventa una «disfatta mediatica enorme per il partito neonazista e antisemita Jobbik», e come dare torto al “corrispondente”. Ma è anche un «successo mondiale per le comunità ebraiche», e qui qualche perplessità sorge: verrebbe da chiedersi quanti appartenenti alle suddette comunità apprezzino di aprire le porte a un cretino che ora abbraccia l’ebraismo con lo stesso fervore con cui abbracciava, pochi mesi prima, idee antisemite. 

Sulla scia dei successi poi, il corrispondente di Repubblica, come anticipato, colloca anche «il governo Orban. Il cui ‘spin doctor’ Ferenc Kumin ha appena approntato leggi durissime di condanna di ogni forma di antisemitismo e razzismo. La destra nazionale, anche quella di Orban, può adattarsi e ritrovare un dialogo e un savoir faire col resto del mondo». La conversione di Szegedi, insomma, ha redento l’intero governo ungherese che pericolosamente si stava avviando verso un negazionismo pericoloso quanto quello della Shoah, quello dei «valori costitutivi del mondo libero postbellico» (ripetiamolo come una litania, ché fa sempre bene…). 

Un miracolo, una grazia. E a monito il nostro, citando non meglio precisate «fonti diplomatiche occidentali» ci mostra l’alternativa al cambio di rotta auspicato: «Isolare l’Ungheria, lanciarla nelle braccia dei neoradicalpopulismi (tutto attaccato ovviamente, così fa più paura, ndr)»

Ah, questo “mondo libero” così religiosamente ribadito. Questa “democrazia europea” che pare un salmo. Che dire: «Amen».

Alessia Lai

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