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Tunisia nel caos. Salta il “dialogo nazionale”

Mercoledì avrebbe dovuto prendere l’avvio il "dialogo nazionale" tunisino, nuovo tentativo di tirare fuori il paese dalla profonda crisi politica nella quale si dibatte da parecchi mesi. Il partito islamista di Ennahda al potere è oramai privo di legittimità, contestato dalle opposizioni e da gran parte della popolazione per l’eccessiva tolleranza nei confronti degli islamisti radicali e l’inconcludenza sul fronte del miglioramento delle condizioni economiche. Un mix esplosivo, al quale proprio mercoledì si è aggiunto un nuovo scontro armato nella regione di Sidi Bouzid che è costato la vita a sei membri della Guardia nazionale, mentre secondo il ministero dell'interno tunisino un altro poliziotto è stato ucciso anche nel nord del paese. Questi nuovi combattimenti e le vittime tra i membri della guardia nazionale, per le quali sono stati dichiarati tre giorni di lutto nazionale, rischiano di complicare ancora la posizione degli islamisti di Ennahdha e dei loro alleati, accusati dall'opposizione di avere dato prova di lassismo nei confronti degli jihadisti responsabili degli omicidi dei membri dell’opposizione Mohamed Brahmi in luglio e Chokri Belaïd in febbraio. Mercoledì, alcune migliaia di militanti delle opposizioni hanno manifestato nel centro di Tunisi per richiedere l’allontanamento degli islamisti dal potere, mentre si stanno formando delle fronde anche in seno alle forze armate: in occasione di una cerimonia in omaggio a dei gendarmi uccisi la scorsa settimana in scontri con gruppi di terroristi, decine di militanti dei sindacati di polizia hanno cacciato il presidente ed il primo ministro dalla commemorazione. Eventi che dimostrano il livello di tensione raggiunto nel Paese e la necessità di giungere rapidamente a una soluzione. Tuttavia l’esecutivo ha colto la palla al balzo per rinviare ancora una volta il “dialogo nazionale” scatenando le critiche dell’opposizione. Quando il premier, l'islamico Ali Larayedh, ha parlato, con cinque ore di ritardo sull'orario inizialmente previsto, annunciando il rinvio ha ribadito il suo «impegno a rinunciare al governo nella cornice della complementarità delle differenti fasi della road map» del dialogo nazionale ma aggiungendo poi un sibillino «non ci sottoporremo a nessuno», nell”«interesse della patria». Un atteggiamento definito come  ambiguo dall’opposizione. «La dichiarazione del capo del governo era ambigua non possiamo entrare nel dialogo nazionale» ha dichiarato Jilani Hammami, rappresentante del Partito dei lavoratori. Houcine Abassi, segretario generale del sindacato UGTT e principale mediatore della crisi, dopo una riunione coi differenti attori politici ha affermato che avrebbe chiesto spiegazioni al premier, annunciando che il dialogo nazionale dovrebbe cominciare «venerdì alle 10». La road map redatta dai mediatori prevede che un nuovo primo ministro indipendente sia designato una settimana dopo l'inizio del dialogo e che un gabinetto di tecnocrati sia formato nelle due settimane che seguono. Parallelamente, l'opposizione ed Ennahdha dovranno accordarsi sul contenuto della nuova Costituzione, redigere una legge elettorale, formare l’ente incaricato di organizzare le elezioni e fissare il calendario per i prossimi scrutini. Tuttavia il presidente Moncef Marzouki ha sottolineato alla televisione che Ali Larayedh «non ritornerà sulla questione delle dimissioni finché l'assemblea costituente nazionale non accetterà di designare una commissione elettorale indipendente». Sembra, insomma, che lo stallo durerà ancora a lungo.

A.L.

 

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