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Con Luigi Magni muore un altro pezzo di Roma

Esistono artisti che sono parte dell’anima di una città, ma che, pur essendo profondamente legati a questa, sanno interpretare lo spirito di una nazione intera: Luigi Magni era uno di questi.

Fu il cantore della Roma papalina e di un antirisorgimento che non fu mai antirisorgimentale, anzi il suo revisionismo, interpretandone le speranze tradite, ne rese quello che doveva esserne il vero spirito, compreso un certo pressappochismo e velleitarismo intellettuale tutti italiani.

Una Roma ottocentesca in subbuglio che ha restituito al grande pubblico, senza retorica e senza l’ancor più pomposa antiretorica, non solo con  la magistrale trilogia “Nell'anno del Signore” (1969), “In nome del Papa Re” (1977) e “In nome del popolo sovrano” (1990), ma anche in opere cinematografiche talvolta meno riuscite, talaltra di assoluto livello, come “La carbonara e “Arrivano i bersaglieri”. In quest’ultimo spicca un toccante monologo di Tognazzi in cui si denunciano i mali che al paese arriveranno a causa di una unificazione che fu conquista imposta da una sola classe, che cavalcò e poi represse i moti popolari che avrebbero potuto farne una vera Nazione. Così nello stesso film, con una battuta, Pippo Franco prete fa notare che, nonostante i bersaglieri, saranno loro a continuare a comandare a Roma, e non solo.

La ricetta di Magni per riuscire a varcare i confini cittadini fu di analizzare quegli errori del Risorgimento che spiegano il fallimento attuale della nazione, rendendo sempre attualissimi i suoi film. Ma la condanna non è nel Risorgimento in sé. Il suo è il rammarico che sia stato strappato alle masse: quando racconta della Repubblica Romana di Ciceruacchio – memorabile il monologo di Manfredi di fronte al plotone di esecuzione – Magni non ha esitazioni. Queste arrivano quando sarà l’italietta sabauda a fare lo Stato, ma non la Nazione.

Il suo è il Risorgimento dei semplici, delle persone comuni, delle passioni e miserie umane che si intrecciano con la Grande Storia, che Magni riscrive comunque con estremo rigore, ma mai pedanteria: solo con dissacrante amara ironia, quasi nostalgia per un paese che avrebbe potuto essere, ma non è stato, pure per colpa nostra.

Magni è stato anche aiutato nel riuscire ad estrarre l’essenza dell’anima di Roma dall’amore profondo che nutriva per Lei: ogni suo film lì ambientato era un atto d’amore, spalmato su ogni epoca della sua città, da “Scipione detto anche l'Africano” a “Nemici d’infanzia”, passando per “State buoni se potete” e “Tosca”. Nei suoi film, non avrebbe potuto essere altrimenti, figurò anche l’attore che più di tutti incarna lo spirito della città eterna e della sua decadenza, Alberto Sordi, ma il suo attore feticcio fu Manfredi, non un romano, ma un ciociaro di Casc'trë.

Però, anche grazie a Magni, Manfredi divenne un altro di quei simboli di Roma, benché di una Roma che sta morendo insieme ai simboli di un’epoca che non è più. Una dimostrazione di come Roma accolga tutti. Città multietnica fin dai tempi dell’Impero, ma mai multiculturale: se voi esse romano devi da diventa’ romano. Roma ti accetta, ma tu devi accettare Roma, dalla lingua allo spirito. Poco importa il colore della pelle, ma la cultura deve essere una. Papalino o mangiapreti, devi accettare lo spirito di Pasquino e il detto «mejo perde ‘n amico che ‘na battuta».

Magni era tutto questo. Ironia, sarcasmo, cultura senza pedanteria, figlio di una città che dominò il mondo e che poi ha scoperto che tutto è “Vanità di vanità”, e proprio la canzone di Branduardi, che fu parte della colonna sonora di “State buoni se potete”, ci pare sia il miglior coccodrillo per Luigi Magni.

Ferdinando Menconi

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