Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Joseph Arthur – 29 ottobre, Roma, Init

Se Peter Gabriel ti sceglie come primo artista americano per la sua casa di produzione un motivo deve esserci; se Peter Buck, dopo aver ascoltato un tuo live, decide che devi aprire il tour mondiale dei Rem un motivo deve esserci; se Michael Stipe incide sei differenti versioni di una tua canzone (In the sun) per un Ep di beneficenza, chiaro, un motivo deve esserci.

Insomma, sul fatto che tu sia bravo non ci piove. Il problema, semmai, è capire quanta strada puoi fare senza appoggiarti a delle “stampelle” così importanti. Domanda difficile? Niente di più facile, invece: basta correre, continuare a correre tutti i dannati giorni della tua esistenza senza guardarti (senza trovare mai il tempo di guardarti) dietro.

Incollato a una chitarra o a una tastiera, con un sampler perennemente in azione e facendo a cazzotti con i demoni del cuore, Joseph Arthur ha attraversato come una scheggia questi ultimi tre lustri abbondanti di musica, guadagnandosi una posizione di tutto rispetto nel complicato e sovrabbondante panorama contemporaneo. Non più promessa, non più semplicemente un artista di nicchia, il ragazzo di Akron, a 42 anni, può essere considerato un “veterano” della scena, amato e apprezzato da pubblico e (illustri) colleghi, nonché osannato con una certa continuità dalla critica (non a caso è stato più volte nominato per i Grammy). E però… da vero “cavallo di razza” di quel fantastico, variegato genere che è il cantautorato rock a stelle e a strisce, Arthur ha saputo mantenere nel corso del tempo lo spirito e la propositività tipici dell’underdog, come dimostra la pubblicazione a getto continuo di materiale inedito (dieci full lenght e addirittura undici ep soltanto a suo nome dal 1996!) e la, oserei dire, spiritata inclinazione a sperimentare suoni, strumenti e soluzioni stilistiche senza lasciarsi troppo intrappolare dalle suggestioni e dai gingillamenti tipici della dimensione “studio”.

Delicato e intimista, con una voce in grado di spaziare dai classici tòpoi del cantato rock più convenzionale fino al crooning più “piumato”, l’ex grunger dell’Ohio ha scolpito nei solchi dei suoi dischi ansie e tensioni del mondo di oggi con raffinato scalpello ugolare e con una sensibilità nei ceselli che ha pochi eguali sulle due sponde dell’Atlantico. Senza, soprattutto, aver mai avuto paura di infilare il dito nelle piaghe purulente dell’anima, come dimostrano le sue liriche dense di pathos e dolorosa malinconia, dalle quali emerge la figura di un uomo che non si è tirato indietro quando ha dovuto battagliare col mal di vivere.

Naturalmente, il supporto strumentale a una voce così piena di calore e colore non è mai stato da meno: chitarrista di vaglia non tanto in termini virtuosistici quanto nella scelta di suoni e di combinazioni, Arthur, che pure ha avuto esperienze di gruppo importanti con i Bellybutton e con i Fistful of Mercy (insieme a un “certo” Ben Harper), ha spesso scelto di esibirsi da solo ricorrendo a loop station e ad altri marchingegni tecnologici che, però, nulla hanno tolto alla genuinità della sua proposta in termini sia tecnici che emozionali, con dei live set di gran presa emotiva, durante i quali non di rado si è cimentato anche in improvvisate performance pittoriche, essendo, tra l’altro, un apprezzato manipolatore di pennelli e colori, come dimostrano alcune personali negli Stati Uniti.

Tanti gli accostamenti eccellenti fatti nel corso degli anni per cercare di fornire coordinate di riferimento sui suoi lavori: da Beck Hansen a Neil Young, da Elliott Smith a Jeff Buckley, da certo Tom Waits a Nick Drake fino ad arrivare al “nero” Nick Cave, la cui umbratilità vocale e la cui forte propensione a parlare di religione da particolari angolazioni sembrerebbero aver costituito un eccellente modello di partenza per The Ballad of Boogie Christ, ultima, ambiziosa fatica discografica del nostro, che domani, preceduto dai supporting acts Renè Lopez e Travis Cold, si esibirà per la prima volta nella Capitale, all'Init, via della Stazione Tuscolana (06 9727 7724).

Per coloro che amano una musica in cui ricercatezza e “stilosità” fanno rima con feeling e qualità, un appuntamento da non perdere assolutamente.

Domenico “John P.I.L.” Paris

Rassegna stampa di ieri (27/10/2013)

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