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Benin. La piaga della tratta dei bambini

Strana terra l’Africa. Prima si vendevano gli schiavi ai negrieri, oggi i bambini. Venduti da genitori disperati a trafficanti professionisti per l’equivalente di 20, 40,60 euro, vengono “piazzati” come domestici, nelle cave, fra le bancarelle dei mercati.

Il traffico illegale di bambini, o meglio ancora la vendita dei minori, è uno dei problemi che affligge ancora l’Africa Occidentale. Nonostante gli sforzi della comunità internazionale e le varie campagne di sensibilizzazione, il fenomeno è cresciuto ulteriormente, in particolare in Benin.

Per questo motivo, le Nazioni Unite hanno deciso di inviare lunedì una missione a Cotonou per indagare sul problema della vendita dei minori. A guidarla è il relatore speciale dell’Onu, Najat Maalla M’jid, che rimarrà in Benin dal 28 ottobre all’8 novembre e si recherà nelle principali città del Paese. L’Alto funzionario visiterà, si legge in un comunicato, i centri di accoglienza e incontrerà i bambini vittime di vendita o di sfruttamento sessuale.

Sebbene il governo del Benin abbia intrapreso azioni importanti per la lotta al traffico di minori, il Paese rimane il centro di snodo per la tratta verso gli altri Stati, in particolare verso la Nigeria, il Togo, il Congo e la Costa d’Avorio.

In Nigeria, a metà giugno, sono state scoperte una serie di “fabbriche di bambini”: donne tra i 17 e i 37 anni costrette alla gravidanza per mettere i loro figli in vendita. Nella maggior parte dei caso i minori finiscono nel mercato del sesso o nella compravendita di organi.

In Costa d’Avorio, invece, i bambini lavorano come schiavi nelle piantagioni di cacao.

In Benin, è più diffusa la pratica tradizionale del “Vidomegon”, ovvero l’affidamento di bambini poveri a famiglie benestanti, presso cui svolgono lavori domestici. 

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