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Lampedusa: crocevia degli schiavi del nuovo millennio

Presto si spegneranno i riflettori mediatici sulla tragedia di Lampedusa, e allora cosa accadrà? Tutto ritornerà alla normalità. L’isola e i suoi abitanti rimarranno ancora una volta soli, abbandonati al loro destino di “soccorritori”. Nuovi barconi arriveranno e nuove tragedie si consumeranno nelle acque siciliane, l’inferno di passaggio verso l’Europa, l’Eden degli schiavi del nuovo millennio. Le catene sono il miraggio di una vita dignitosa. Le frustate sono la sofferenza per la terra natia.

La tratta degli schiavi ha cambiato veste, non sostanza. Se prima gli africani venivano deportati in America per coltivare le piantagioni di cotone, ora lasciano di “spontanea” volontà i Paesi d’origine per scappare dalla guerra e dalla miseria, imposta dai carnefici di sempre.  

La nazionalità dei migranti che sono sbarcati (chi ce l’ha fatta) a Lampedusa, la dice lunga sui motivi che hanno spinto donne, bambini e uomini a intraprendere un viaggio di non ritorno.  Somali, libici, eritrei e siriani. Guardiamo cosa accade nei loro Paesi: la Somalia è destabilizzata da vent’anni di guerra, la Libia è diventato uno Stato senza diritto, l’Eritrea è affamata da anni di sanzioni economiche internazionali e la Siria, un tempo culla di civiltà, è oggi un girone d’inferno.

Dietro alla tragedia di Lampedusa, c’è dunque la storia di 500 migranti che sono stati ingannati dal sogno di trovare la “terra promessa”. Trecento di loro, alcuni ancora conteggiati tra i dispersi, sono morti.  E chi è sopravvissuto ha perso tutto. Anche la dignità, calpestata dall’ipocrisia moralista delle forze politiche italiane. In questi giorni di dolore, di commozione e di indignazione è andato in onda il circo politico di bassa lega del Pd e del Pdl che hanno speculato sul dramma di Lampedusa, riportando a galla vecchie polemiche sulla legge sull’immigrazione. La sinistra moralista sostiene una nuova politica di “accoglienza”, la destra integralista misure più restrittive e severe.

Tutti si sentono in dovere di dire la loro su un tema così difficile e spinoso. E poi c’è il governo al gran completo che propone minuti di raccoglimento, giornate di lutto nazionale, funerali di Stato e persino la candidatura di Lampedusa a  premio Nobel per la pace. In poche parole, il nulla assoluto. L’unico ad andare al di là delle frasi di circostanza è stato un giovane deputato del Movimento Cinque Stelle, Alessandro Di Battista, che in un discorso al Parlamento, ha centrato il nocciolo della questione: «I fratelli africani devono stare a casa loro, e per farli stare a casa loro devono avere risorse e sviluppo a casa loro. (…) La tragedia della tratta di questi nuovi schiavi non si ferma né con la repressione né con le politiche di accoglienza miopi promesse da chi, come il Ministro Kyenge, rende facile quel che facile non è».

Non si tratta di fare nuove leggi più restrittive o permissive, di “rivedere” il reato di clandestinità o di aprire nuovi centri di accoglienza. Il dramma di Lampedusa ha dimostrato il fallimento delle politiche interne ed estere europee. L’Europa, che ha lasciato l’Italia da sola ad affrontare lo spinoso problema, accusandola spesso di “razzismo”, ha fallito. Il sistema capitalista ha fallito. La Francia di Hollande che alza la voce e indice un vertice straordinario dell’Ue sull’immigrazione fa sorridere, se non inorridire. Ci vorrebbe un po’ di umiltà da parte di chi è responsabile in buona parte del dramma di Lampedusa e di tutti quei migranti che decidono di lasciare ogni giorno l’Africa.

La Francia è quel Paese che in meno di tre anni ha destabilizzato e bombardato tre Paesi africani: Costa d’Avorio, Libia e Mali. È quello Stato che continua a dettare legge nelle sue ex colonie, depredandole delle ricchezze del sottosuolo. Un detto africano è eloquente: «In Africa non si muove foglia se la Francia non vuole». Chi osa ribellarsi al giogo “coloniale” fa una brutta fine. Lo sa bene l’ex presidente ivoriano, Laurent Gbagbo, fatto fuori da Parigi perché aveva aperto alla Cina le porte della florida economia del Paese (primo produttore mondiale di cacao, secondo di caffè e ricco di petrolio) e voleva creare una moneta ivoriana per abbandonare il Cfa francese (eredità del passato coloniale). Ma questa è un’altra storia. O meglio, è parte della storia, il cui esito finale è sempre più spesso una tragedia in mezzo al Mediterraneo.

 

La strage di Lampedusa è conseguenza della cattiva coscienza occidentale, perché la verità è che non c’è alcuna intenzione da parte dell’Europa di arrestare il fenomeno dell’immigrazione, che permette l’abbattimento dei diritti dei lavoratori europei e l’abbassamento dei salari. Mentre il crescente odio razziale indotto da una integrazione forzata è utile a distogliere l’attenzione dai veri e reali problemi economici dei rispettivi Paesi.

Quando non c’è lavoro e il popolo ha fame è più facile dare la colpa agli immigrati. I media rincarano la dose, mettendo in risalto le malefatte degli “stranieri” che rubano, stuprano, guidano in stato di ebrezza e spacciano droga. E i luoghi comuni, in un batter d’occhio, ritornano d’attualità: «Gli immigrati rubano il lavoro e i sussidi sociali»; «meno immigrati, meno criminali»; «mandateli a casa loro». Ed è vero. I migranti che sono morti nelle acque di Lampedusa dovevano stare a casa loro. Ma la loro casa, in questo caso l’Africa, è vittima delle politiche aggressive dell’Occidente, che tutela le sue multinazionali e tiene il continente nero in un perpetuo stadio “infantile”.  

Come ha detto ancora Di Battista in Parlamento: «Per anni abbiamo schiavizzato l’Africa, l’abbiamo depredata, la ricchezza dell’Europa proviene dagli anni del commercio triangolare. Esseri umani strappati a mamma Africa e portati sui barconi a lavorare in America(…) Oggi è la stessa identica cosa. Barconi di nuovi schiavi salpano per l’Italia nella speranza di trovare un lavoro che non c’è, non c’è più».

Se i Paesi occidentali iniziassero a rispettare le sovranità degli Stati africani, il loro diritto di vendere in modo equo le loro materie prime e di emanciparsi dal giogo malato degli aiuti internazionali, forse ci sarebbero meno “spiaggiamenti” di morti per cui versare lacrime amare. C’è stato un presidente, Thomas Sankara (Burkina Faso), che il 4 ottobre del 1984, a New York, durante la 39° Assemblea generale delle Nazioni Unite, osò dire ai grandi della terra: «Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici, anzi, dovremmo invece dire “assassini tecnici”. Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei “finanziatori”. Noi ci siamo indebitati per 50, 60 anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per 50 anni e più. Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee». Sankara fu ucciso un anno dopo. 

 

L’Occidente che oggi piange per le vittime di Lampedusa è lo stesso che affama l’Africa con guerre e con politiche di falso buonismo. Il continente nero non ha bisogno della sua elemosina. Come disse Sankara: «La politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale».

L’Africa è assuefatta agli aiuti. Negli ultimi sessant’anni se ne è nutrita. E come chiunque dipenda da una droga trova difficile se non impossibile prendere in considerazione la vita in un mondo senza aiuti. Per l’Occidente il continente nero è il cliente perfetto a cui spacciare. È un rapporto malato che sta rendendo agonizzanti le economie africane e che arricchisce i signori della guerra. I poveri diventano sempre più poveri e disposti a intraprendere un viaggio lungo e faticoso per raggiungere una terra promessa, che troppo spesso si trasforma in una tomba in fondo al mare.

Francesca Dessì

 

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