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Madagascar. Dietro al linciaggio, un popolo allo stremo

Il linciaggio dei due stranieri, un italiano e un francese, avvenuto in Madagascar, ha aperto un acceso dibattito sulla cosiddetta “giustizia popolare” che sta prendendo piede nell’isola dell’Oceano Indiano. La popolazione è stanca dello stallo politico e del caos che da alcuni anni regna in Madagascar, in seguito al colpo di Stato del 2009. È esasperata dai continui furti di bestiame, dal banditismo dilagante e dai traffici di essere umani, prostituzione e armi su vasta scala. Si è persa la fiducia nello Stato, nelle istituzioni e nella giustizia. E si è diffusa la pratica delle vendette popolari, nella convinzione che “chi fa per sé fa per tre”.  

Il ritrovamento di un bambino di otto anni, con i genitali e la lingua tagliata, nell’isola di Nosy Be è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, scatenando la furia omicida dei residenti malgasci che dopo una estenuante caccia all’uomo hanno prima aggredito, torturato e poi bruciato su un falò sulla spiaggia i tre sospettati. Si tratta dell’italiano Roberto Gianfalla, del francese Sébastien Judalet e del malgascio Zaidou, presumibilmente lo zio della piccola vittima. Secondo le prime indagini, i tre non avrebbero niente a che fare con il traffico di organi.

Nonostante il coprifuoco e l’arresto di 35 persone sospettate di aver partecipato al linciaggio, la tensione rimane alta. La popolazione malgascia non avrebbe preso bene la notizia che un quarto uomo, un altro francese accusato di essere stato complice delle tre vittime, è stato evacuato in aereo dall’ambasciata francese. 

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Podcast C'è qualcuno lì fuori? del 07/10/2013