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Congo. Slitta l’accordo di pace tra Kinshasa e l’M23

I ribelli del Movimento del 23 marzo, che per un anno hanno infiammato le regioni orientali del Congo, hanno deposito le armi e hanno annunciato la resa. Un annuncio che ha suscitato non poche perplessità.

In un editoriale de Le Potentiel, uno dei principali giornali congolesi, si accusa «Londra e Washington» di essere dietro la resa. I ribelli, si legge, «sono solo burattini le cui fila sono mosse dalle grandi potenze».

Un’analisi che rispecchia quanto avviene, ormai da quasi vent’anni, nella Repubblica Democratica del Congo e in particolare nel Kivu dove ci sono le maggiori riserve di coltan, il minerale indispensabile per la nuova tecnologia e per l’industria aerospaziale.

Nonostante la resa dei ribelli, la pace è ancora lontana. Lunedì, dopo una giornata di colloqui a porte chiuse, è slittata a data da destinarsi l’attesa firma di un accordo di pace tra il governo congolese e l’M23.

Secondo il portavoce dell’esecutivo ugandese e mediatore nella crisi nel Nord Kivu, Ofwono Opondo, la colpa è di Kinshasa: «Per qualche strano motivo la delegazione governativa non è entrata nella sala di conferenza dove l’intesa avrebbe dovuto essere siglata (…) ha chiesto la revisione dei termini dell’intesa quindi abbiamo dovuto rinviare la seduta». Il rifiuto della delegazione di Kinshasa non è andato giù al presidente Yoweri Museveni che ha abbandonato la State House di Entebbe in un clima di tensione.

L’Uganda (insieme al Ruanda) è stato accusato dall’Onu di sostegno politico, logistico e militare al gruppo armato.

Il governo di Kinshasa ha fornito la sua spiegazione. Il ministro degli Esteri congolese Raymond Tshibanda ha accusato il mediatore ugandese di «aver cercato di imporre la firma di un testo che non è stato consegnato in anticipo».

Secondo l’emittente radiofonica congolese Radio Kivu 1, a Kampala «c’è stata una guerra sulle parole»: il mediatore ugandese avrebbe rifiutato di modificare alcuni termini contenuti nel documento, come chiesto da Tshibanda, a cominciare dall’intestazione da “accordo” a “dichiarazione”. A sua volta, il capo della diplomazia congolese ha precisato che «non possiamo sederci con un movimento di ribelli, una forza negativa che si è sciolta, per firmare un documento sul quale non siamo d’accordo», sottolineando che «nessuno può obbligarci a siglare un testo che non rispetta la sovranità nazionale».

Altro nodo da risolvere  la sorte di 1700 combattenti dell’M23 che si sono consegnati all’autorità ugandesi. Kinshasa si rifiuta di concederli l’amnistia e di integrarli nelle forze regolari, come già avvenuto nel 2008. Secondo Kampala, i ribelli «non sono prigionieri ma soldati in fuga che accogliamo e aiutiamo perché è nostra responsabilità». Peccato che siano macchiati di terribili crimini contro l’umanità.

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