Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Repubblica Centrafricana. L’Onu si “ricorda” dei civili

L’Onu volge lo sguardo verso la Repubblica Centrafrica. Lo fa dopo mesi di guerriglia e di insicurezza. Lo fa dopo il massacro di Bouar, un villaggio a 400 km da Bangui, la capitale, dove 18 persone, donne e bambini, sono state uccise nella loro casa. Lo fa dopo che i ribelli della Coalizione Séléka, che il 24 marzo scorso hanno messo a segno un colpo di Stato, hanno commesso terribili abusi, saccheggi, esecuzioni sommarie, stupri e torture contro i civili.

Si uccide senza un motivo nella Repubblica Centrafricana. Solo per il gusto di esercitare il “potere”.

I dati sulla crisi, se ancora si può chiamare così, sono allarmanti: 3500 morti civili, 1,6 milioni di sfollati e oltre 1,1 milione di abitanti che patiscono la fame.

Dopo mesi, le Nazioni Unite hanno preso coscienza della situazione nella Repubblica Centrafricana. Per arginare «un livello allarmante di violenza intercomunitaria che minaccia di degenerare in un conflitto religioso ed etnico, con conseguenze gravi, inedite e incontrollabili anche al livello regionale, serve un’azione coordinata e urgente della comunità internazionale». È la conclusione di un rapporto presentato al Consiglio di sicurezza dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che enumera una serie di alternative politico-militari. Tra queste viene favorita l’opportunità di dispiegare in Centrafrica una missione costituita da 6000 a 9000 caschi blu, coordinandosi con l’Unione Africana (UA) e la Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale (Ceeac).

Nel documento di 25 pagine, consegnato lunedì ai 15 Stati membri del Consiglio di sicurezza che a breve saranno chiamati a votare una nuova risoluzione sul Centrafrica, Ban Ki Moon rimarca la «responsabilità» della comunità internazionale «nell’impedire atrocità generalizzate ai danni della popolazione di un Paese che da mesi vive nel caos».

Per capire lo scenario attuale, bisogna fare un salto indietro. La situazione è infatti degenerata a inizio dicembre scorso quando i ribelli hanno iniziato un’avanzata partendo dal nord verso la capitale di Bangui, conquistando Bria e Babari, città strategiche per il commercio di oro e diamanti, di cui è ricco il Paese. In quell’occasione la coalizione di ribelli accusò il presidente centrafricano di non aver onorato un accordo di pace siglato nel 2007 in base alla quale i combattenti che avessero deposto le armi avrebbero ricevuto una ricompensa. A fine dicembre Bozizé aveva chiesto l’aiuto di Stati Uniti e Francia contro i ribelli, ma il presidente Hollande si era rifiutato d’intervenire nell’ex colonia, spiegando che la Francia sarebbe potuta intervenire solo su mandato dell’Onu. Lo stesso Obama.

L’offensiva si era interrotta, almeno sulla carta, dopo l’11 gennaio, data della firma dell’accordo di pace di Libreville.  Ma la situazione è di nuovo precipitata e il 24 marzo scorso i ribelli Séléka hanno preso il potere a Bangui, destituendo Bozizé. In un’intervista a Jeune Afrique, risalente a marzo, il capo di Stato deposto aveva affermato che i ribelli della Coalizione Séléka bramavano «le risorse del sottosuolo centrafricano», in particolare «il petrolio». Bozizè aveva parlato dello «strano atteggiamento di Jack Grynberg», un ricco petroliere nordamericano con cui il governo di Bangui ha avuto una lunga disputa su alcune concessioni per l’esplorazione di petrolio, poi vinta. «Il 18 dicembre del 2012», raccontò il presidente deposto, «nel corso di una riunione del Centro Internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (ICSID, ndr) a Parigi, questo signore si è permesso di dire di fronte a testimoni che l’affare si stava risolvendo sul terreno (riferendosi alla ripresa delle armi della Séléka, ndr), aggiungendo che Bangui sarebbe presto caduta». Guarda caso, aggiunse ancora Bozizé, nella zona di Boromata, dove i cinesi avrebbero dovuto iniziare «la fase di perforazione nei primi mesi del 2013»,  la ripresa della ribellione, nel dicembre 2012, ha fatto «fermare i lavori». Una strana coincidenza.

Sullo sfondo si muove la Francia. La Repubblica centrafricana è infatti un Paese ricco di uranio, oro, diamanti e legname. Come si legge nel sito ufficiale del governo francese, l’Eliseo ha tanti interessi nell’ex colonia: « A dispetto della sua instabilità politica e dei rischi riguardo la sicurezza, Air France, Balloré (logistica e trasporti fluviali), Castel (bevande e zucchero), Total (stoccaggio e distribuzione di prodotti petroliferi, CFAO (distribuzione automobile), France Télécom hanno mantenuto i loro impianti nell’RCA». E poi c’è l’Areva, che non ha bisogno di presentazioni. La multinazionale ha siglato un accordo con il governo centrafricano il primo agosto del 2008 per lo sfruttamento di un giacimento di uranio a Bokuma (a est del Paese). 

Francesca Dessì

Sardegna: l’ennesima tragedia serva di lezione

Podcast La Controra del 19/11/2013