Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Sardegna. Il giorno del dolore

È un giorno di cordoglio per la Sardegna, immersa nel fango. È un giorno di dolore per le sedici vittime di una tragedia che poteva essere evitata. È un giorno di rabbia contro le istituzioni che si nascondono dietro a minuti di silenzio e, appena il sipario mediatico calerà, volteranno le spalle al popolo sardo in ginocchio. È successo a L’Aquila, in Sicilia, in Puglia, in Liguria. La lista è lunga…e triste.

È un giorno di lutto nazionale, anche se lo Stato italiano non l’ha proclamato. Ma ci ha pensato il popolo sardo, fiero e orgoglioso, a indirlo. Un invito che è stato accolto da tutti gli italiani, che in queste ore hanno espresso solidarietà ai sardi.

È la faccia pulita di questa tragedia che ha colpito la Sardegna, dove la pioggia si è trasformata in morte.

È l’Italia commossa che nel momento delle catastrofi riscopre quel sentimento di nazionalismo, che va al di là dei dialetti e delle culture regionali.
Non ci sono bandiere. Siamo tutti “italiani” perché c’è la comune consapevolezza che quello che è successo in Sardegna poteva succedere in qualsiasi altra regione, come già è accaduto. 

La storia di quel padre operaio, che a Raica, in provincia di Olbia, è morto insieme al suo bambino, è una tragedia che abbiamo già sentito.

Ma ci commuove ugualmente, perché ci identifichiamo in quel padre che è andato a prendere il piccolo all’asilo per portarlo al sicuro. Il fatto di cronaca è stato ripreso da tutti i media: il torrente che costeggiava la strada si è ingrossato a causa del violento nubifragio, invadendo la carreggiata. Sono scesi dall’auto, ormai sommersa dall’acqua, per mettersi al sicuro sopra un muro di recinzione di un terreno. Nel tentativo di proteggere il piccolo, ha aperto il giubbotto e, usandolo come un marsupio, ha sistemato il bambino all'interno. Dopo poco, il muretto ha ceduto e l’acqua se li è portati via, sciogliendo l’abbraccio paterno.

Ci sono altri racconti altrettanto strazianti. Ci sono foto che descrivono la tragedia nella sua drammaticità. Eppure le immagini che sono state trasmesse dalle principali reti televisive e che sono circolate sui social network potevano essere tratte dal repertorio dei disastri naturali. Cambiano i posti e le persone, ma la sostanza non cambia.  La natura si ribella all’uomo. E fa danni dove lo Stato omette di agire per la tutela dell’ambiente e la sicurezza idrogeologica. Ci si chiede come sia possibile che una strada sulla quale erano stati appena fatti lavori sia crollata inghiottendo alcune auto. Ci si chiede perché i militari siano rimasti nelle caserme nelle ore di emergenza. Come sia possibile che crollino ponti e, che nel 2013, si allaghino intere pianure. Le istituzioni dicono «ha piovuto in Sardegna quanto piove in sei mesi».

Ci sono persone che hanno perso la casa, le imprese e i propri cari. E si aspettano di ricevere delle risposte più convincenti. Ci si aspetta che qualcuno faccia mea culpa e che, oltre ai minuti di silenzio, si prendano provvedimenti  per prevenire disastri naturali già annunciati. 

                                                                                                                                     Francesca Dessì

Rassegna stampa di ieri (21/11/2013)

Sardegna: sui soccorsi si doveva fare di più