Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Lydia Lunch, 24 novembre, Init - Roma

Chirurgia estetica applicata alla morale. Al gusto, alla storia. A… tutto.

Tutto oggi, nel music biz, può essere “interventato”. Mille tecniche, escamotage e imbrogli buoni a cambiar faccia e forma a chiunque. A trasformare in essere ciò che non è mai stato, né mai sarebbe dovuto essere. E lo chiamano con i termini più belli, poi: make up, restyling… in un tronfio trionfo d’angla favella che, si sa, fa sempre figo anche quando non significa granché.

Ed è così che, a forza di parole e ritocchini, lì in alto alcuni “aggiustatori” senza scrupoli sono stati in grado di rifare la storia e i connotati a una vicenda artistica, vendendo le rivoluzioni e i punti di svolta epocali che neanche  un piazzista  di ultradecennale esperienza avrebbe saputo far meglio. C’è da dire, poi, che molti artisti, troppi, si prestano al giochetto. Sarà per pigrizia, sopraggiunta indigenza o forse anche per una comprensibile volontà di non vedere mai il proprio hype completamente svuotato. È dura, troppo dura da digerire la perdita dell’aura conquistata.

Il problema, però, è che tra fama e fame (fame “artistica”) non c’è solo una trascurabile differenza vocalica. No, non sono neanche due carampane-comari che devono sempre e necessariamente andare a braccetto. La prima nell’immaginario collettivo è sempre, giustamente, associata alla cornucopia, all’opulenza di chi è arrivato e fa fatica a rimanere combattivo; la seconda è invece considerata, altrettanto giustamente, la sorella gemella della magrezza e della pancia vuota, come quelle che contraddistinguono chi si sbatte per portare a casa qualcosa e ancora non ci è riuscito e suda e si sbatte senza requie.

Difficile che questa coppia non scoppi, presto o tardi. E, se è vero che chi suona e scrive musica è disposto a fare qualsiasi cosa per raggiungere più persone possibili, è anche vero che molto spesso non è poi adeguatamente preparato psicologicamente a supportare e sopportare il peso del successo che magari alla fine arriva. Da cui l’infinita lista, non soltanto di morti (auto)ammazzati, ma anche di coloro che, dollaro in tasca e uno straccio di foto su qualche giornale-sito di quart’ordine, si sono ridotti a “macchiette” o pantomime di ciò che erano stati senza capirci più niente, senza essere più, soprattutto, se stessi.

Rischi che si devono correre, si sa. Quando si inseguono certi sogni si deve avere il coraggio di saperli far vivere ad ogni costo. Compreso quello della dignità. Ma…

Ma, per quanto rari, ci sono anche taluni che, avendo marchiato a fuoco nel proprio cuore il sentimento genuino della contestazione, dell’insurrezione a tutti i costi, non smettono mai di fare a cazzotti col sistema. E anzi, col passare degli anni, son sempre lì, pronti a menar le mani anche quando magari potrebbero cominciare a farsi un po’ blandire, ad accomodarsi in poltrona. Sono pochi, pochissimi cavalli di razza nei quali la lotta per l’indipendenza artistica e la Lotta come valore assoluto non sono mai venuti meno, tanto da renderli “disturbanti”, prima ancora che iconici.

 

Ecco, se avete voglia di sapere che faccia e che voce ha un essere di questo tipo, non dovreste fare a meno, per nessun motivo al mondo, di venire domani all’Init, in via della Stazione Tuscolana 133. Sì, perché impegnata a presentare al popolo romano il suo nuovo (l’ennesimo!) progetto Retrovirus, ci sarà Nostra Signora dell’Oltraggio: Lydia Lunch.

Ora, quantificare la portata storica di un personaggio come quello della cantante, strumentista, poeta (“poieta”), scrittrice, attrice, fotografa, regista  e performer di Rochester è un’impresa che, né più né meno, risulterebbe improba anche al suo più accanito conoscitore. Basti solamente pensare che in cinquantaquattro anni di vita per davvero spericolata e per davvero fuori le righe, questa sacerdotessa dell’arte non convenzionale è stata in grado di attraversare mille frontiere, musicali e morali, uscendone sempre - e per sempre - con quella strabiliante naturalezza “liminale” di chi ha nel “passare il segno” uno dei tratti specifici del proprio Dna. Quel che stupisce, semmai, è la costanza nell’osare formule che non sono mai formule, è la pervicacia nel costruire e distruggere senza troppi rimpianti, la dedizione nello sciogliere e riannodare trame sonore in un manufatto artistico che non ha fantasie simili a nessuno. E, in tutto questo, rifuggire da certi status piccolamente divistici non già con un’alzata di spalla piena di compassata alterigia, ma con un gesto sprezzante pregno di energica, umanissima autosufficienza.

Nei circuiti musicali e intellettuali che non si nutrono di fuffa, Lydia Lunch è un personaggio enorme, un’artista che è considerata unanimemente bigger than life, come direbbero gli americani. Eppure lei è sempre lì, a Barcellona ora, come a New York negli anni ’70, ’80 o ’90, pronta a ricominciare come se il passato non esistesse, come se tutto fosse un ininterrompibile flusso del presente. Eterna underdog nello spirito, con la sua ugola demoniaca e quella innata abilità nello scandalizzare e spiazzare a parole e gesti, la Lunch in oltre sette lustri di carriera è stata (e parliamo solo della sua “emanazione” musicale) madrina fondatrice della no wave con i Teenage Jesus and Jerks, musa nera del rock duro con 8 Eyed Spy, restauratrice dell’alternative di gran livello con i Big Sexy Noise, ma, soprattutto, ha dato vita ad una lunga carriera solista ricca di album divenuti nel corso degli anni delle pietre miliari, fin dal primissimo Queen of Siam (1980), un disco nei cui solchi la furia omicida del punk primigenio si fa imbrigliare da rarefazioni jazz e suggestioni blues dando vita ad un superbo gioiello di originalità e provocazione. E ha poi avuto intorno a sé (e a sua disposizione) una sterminata serie di collaboratori, tra i quali il gotha della scena alternative rock e dintorni. Qualche nome? Nick Cave, Thurston Moore, Kim Gordon, Steven Severin, Henry Rollins, Michael Gira, Blixa Bargeld.

Eppure, tutto questo non l’ha cambiata di una virgola. «Sono nichilista, antagonista, violenta e orribile, ma non ancora obliterata». Oppure: «Voglio essere umiliata se qualcosa di quello che faccio dovesse diventare un successo commerciale». Ecco, tutta l’essenza della sua stra-ordinaria vicenda creativa è riassunta in massime di questo tipo, piene di rabbia e vetriolo e sputate a ripetizione e senza nessun imbarazzo fin dagli esordi. Frasi che, però, male interpretate, rischierebbero di non gettare sufficientemente luce sulla grandiosa ricettività di questa artista e che non danno certo contezza di quanta modestia e di quanta apertura mentale una persona (un creatore) debba avere per voler sempre e comunque ripartire da zero nonostante, obiettivamente, sia davvero “qualcuno” e, magari, avrebbe un reddito e una posizione garantiti senza dover stare sempre lì a sbattersi, a sfinirsi. Bisogna essere forgiati nella disciplina (seppur del Caos) per essere così, bisogna essere incoscienti del pericolo delle mode e delle stagioni che passano per essere così. E bisogna conservare non già un pizzico, ma un autotreno di sacchi di lucida follia nel proprio cuore per essere così.

Che aggiungere?

Signori, questa è Lydia Lunch. Bisogna andare a sentirla. Ma che altro c’è da dire?

Domenico “John P.I.L.” Paris

 

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Podcast La Controra del 22/11/2013