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Bob Dylan: 6 e 7 novembre a Roma, Atlantico Live

«Ragazzo mio, sei un po’ troppo magro per fare il peso massimo, devi metter su qualche chilo. Dovresti anche vestirti un po’ meglio, darti un aspetto più elegante… Non che avrai bisogno di vestiti quando sarai sul ring. Non aver paura di colpire troppo forte».

«Non è un pugile, Jack. Scrive canzoni, e gliele pubblichiamo noi».

«Ah, ho capito. Beh, spero di ascoltarle un giorno o l’altro. Buona fortuna, ragazzo».

 

Ecco, una delle storie più importanti della musica inizia proprio così…

Con un ragazzetto dall’aspetto non esattamente robusto che arriva a New York e, scortato da uno dei pezzi grossi della Leeds Records, si ritrova seduto in un ristorante di fronte al proprietario, Jack Dempsey, il leggendario campione dei pesi massimi. Strano che un fuoriclasse della gavetta come lui, il “Massacratore di Manassa”, uno che a furia di menar cazzotti nei saloon era arrivato in cima al mondo, non abbia riconosciuto negli occhi sfuggenti ma attenti di quelle quattr’ossa ricciolute la stoffa del grande under dog, del predestinato… Se avesse immaginato, il vecchio Jack, quale destino allignasse in quel corpicino così esile! Altro che Tunney, Firpo o Willard!

Ma d’altronde la vita ti insegna: “le cose grandi” non sono solo “necessariamente oscure ai deboli”, ma, talvolta, anche ai più forti.

Si chiama destino. Per chi ci crede, anche volontà di un Essere superiore. Boh!

In ogni caso la faccenda ha il suo antefatto in un posto, Duluth, che di indicativo del futuro che sarà sembrerebbe non aver proprio nulla. Minnesota, provincia d’America, che più provincia, forse, non si riuscirebbe ad immaginare. Polvere e ombra, ombra e polvere. Stessa storia di tanti: una chitarra, qualche volta un’armonica a bocca e, soprattutto, tanti demoni. Il rock’n’roll e il sogno di conoscere Little Richard, prima. L’incontro-scontro (un frontale!) col “nume tutelare” del folk impegnato Woodie Guthrie, dopo.

 

Un’università qualsiasi, tipo Minneapolis agli inizi degli anni Sessanta, è davvero poca cosa per contenere un grande spirito in ebollizione. New York, New York. I wanna be a part of it… ma sicuro, che cavolo! Ecco perché quel nomaccio non può andar bene: Bob Dylan, altro che Robert Allen Zimmerman! E poi… Poi il succedersi degli eventi diventa qualcosa di incontrollabile. La “svolta” elettrica e tutte quelle che sono arrivate dopo… Troppe da poter ricordare, ormai. Blowin’ in the wind e The Times, they are a-Changin’, Mr Tambourine Man e Like a Rolling Stone, Visions of Johanna e All along the Watchtower fino ai fulgidi Settanta, ai particolari Ottanta, ai risorgenti Novanta, agli impensabili Punto Zero e alla prima decina del primo decennio del nuovo Millennio, per la quale, ormai, non ci sono definizioni. Insomma, niente da poter riportare didascalicamente o da poter aggiungere a quello che le mille cronache musicali e mondane hanno già riferito.

Dylan è ancora oggi il grado zero della grammatica lirico-musicale, oltre che del musicista. Non per i cinquanta e passa anni di carriera. Non per aver codificato nell’accezione contemporanea il vero significato del termine “autore” come nessuno prima e mai più dopo. E neanche per aver tracciato le coordinate del futuro musicale ab origine con la semplicità icastica del buon “pastorello”.

No, le ragioni della sua iconicità (santità vera e proprio, per noi “credenti”), risiedono nel cuore di una vicenda umana irripetibile. In un magma morale dove ispirazione e tormento hanno preso e continuano a prendere anno dopo anno forme uniche, eteree e troppo umane, consustanziali all’infinito e all’assolutamente tangibile. Dylan è non solo il poeta, ma il bardo. Dylan è il rivoluzionario ma è anche il legame inscindibile con tutta la tradizione. Dylan è colui che cambia e recide, ma anche il fine proselito di Aracne che ricompone nell’arazzo serico della sua creazione mezzosecolare il tessuto originario dell’Idea. E, soprattutto… Dylan è Dylan! Pietra di paragone sotto la quale la terra trema. Pietra angolare sulla quale la musica dei nostri giorni riposa e può ballare tranquilla. E pietra rotolante - la prima vera, l’originale - che rende il tracciato meno accidentato, preparando la lapidazione delle regole banali tra lacrime e sangue.

 

Certo, al posto del sottile figurino con una chitarra in mano e la voce in grado di smuovere le masse e elevare la rivoluzione della sensibilità a dogma, oggi c’è altro. Un signore le cui rughe e lo sguardo supervissuto, oltre che sopravvissuto, danno forse l’impressione di un monito tra il serio e bonario. O tempora, o mores! Eppure… Nonostante l’ammissione - aristocratica oltre che a furor di popolo - nei salotti buoni della cultura, nonostante le candidature al Nobel, nonostante l’aura mistica e intoccabile, rimane  - sì, rimane - sempre l’Uomo e la sua arte. E un appuntamento che, almeno una volta nella vita, è completa follia non voler onorare.

Magari lo troverete lì, elegante nel vestito scuro, con il cappello a tre quarti e l’ugola arrossata mentre cerca di elargire la preziosa lezione anche alla più giovane delle generazioni e… Dai, non scherziamo! Bob Dylan! Ma davvero si deve dire che cosa è un concerto di Bob Dylan? Questo è “Credo”. Si tratta di essere dentro o fuori. Nulla più.

Fate una bella cosa, scegliete: mercoledì o giovedì, doppia opportunità. Domani e dopodomani questo signore di settantadue primavere lo troverete all’Atlantico di Roma (e poi aPadova, l’8, l’ultima chance) con tutto il suo carico di magia e immortalità. Sì, suona come una “chiamata alle armi”, ma… hey, stiamo parlando della Storia! Vale davvero l’occasione aspettare la prossima volta? Volete davvero continuare a campare e a parlare di musica senza poter dire: «Io c’ero, io l’ho visto?». Suvvia, è una questione di credibilità! O pensate che un semplice click sul vostro mouse e il vostro computer che scarica video su video possano mettere la coscienza a posto?

No, vero? Bravi, bravi ragazzi. La storia di ognuno di noi ha bisogno di riti e celebrazioni. Ritualizzate, allora. Celebrate. Bob Dylan, non chiacchiere. Le porte dell’Olimpo sono aperte anche per voi. Buttate uno sguardo su cosa c’è oltre quella dannata soglia. Vediamo, please, di non farcela sotto, eh. Così… Like a rolling stone.

Domenico “John P.I.L.” Paris

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