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Telethon eccetera: la bontà “cash & carry”

Mettila sotto i riflettori dei media e fa immancabilmente un figurone, madama Beneficenza. Il suo volto irradia generosità, nei suoi occhi brilla la luce della speranza, i suoi gesti sono a un tempo leggiadri e riservati: una principessa soavissima che si mostra solo di tanto in tanto, anche se non così di rado da permettere che la si dimentichi, e che tuttavia non smette di deliziare le vaste schiere dei suoi ammiratori.

I quali, conquistati da tanta bontà (nonché dal fascino, e dalla notorietà, dei paggetti e delle damigelle che si affollano tutto intorno, talvolta nei panni dei presentatori e talaltra dei testimonial), non vedono l’ora di rispondere prontamente a ogni suo nuovo appello: un sms per Telethon, un’azalea per la ricerca sul cancro, una Stella di Natale per la lotta contro le leucemie. E chi più ne ha più ne metta, poiché innumerevoli sono i casi pietosi – persino in una società sviluppata come la nostra – e dopo un’intera giornata trascorsa a farsi la guerra senza esclusione di colpi, come si conviene nell’Era della Competizione Globale, è davvero rasserenante compiere un gesto di ritrovato altruismo. Certo, magari i soldini dell’sms, o dell’azalea, o della Stella di Natale, o di qualsiasi altro pretesto-del-cazzo, arrivano dritti dritti da un affitto in nero tipo quelli ai fuorisede da 500 euro a stanza, o da un trucchetto fiscale per evadere le tasse, oppure da qualche ruberia più cospicua. Più ambiziosa. Più strategica.

Ma suvvia, non sottilizziamo. E non generalizziamo, ci mancherebbe. Bastano forse taluni disonesti, e alcuni ipocriti, e certuni sia disonesti che ipocriti, a sminuire la bellezza di queste gare collettive di solidarietà? E a compromettere, soprattutto, la loro indubbia utilità per il conseguimento di tanto nobili scopi?

No, giammai. L’utilità è indubitabile. Ed essendo l’utilità il supremo criterio di giudizio oggi esistente (come vi confermerà senz’altro anche il più mediocre dei manager – e dei sottosegretari) qualunque altra considerazione passa all’istante in secondo piano, o svanisce del tutto.

A nulla rileva, pertanto, che degli stramaledetti moralisti possano interrogarsi sull’effettiva bontà di chi prende parte a queste, e solo a queste, iniziative di raccolta fondi. Il loro puntiglio è palesemente fuori luogo: già da parecchi anni si è compreso che la coerenza è un principio irrealistico, e dunque astratto, dal quale è assai più conveniente affrancarsi, sia come individui che come società. Si sa. Ci sono le luci e ci sono le ombre. Le luci sfavillanti di scena e le ombre discrete dei retroscena. Il traguardo imprescindibile resta quello del massimo profitto, ma qua e là (why not?) si moltiplicano le aree di sosta in cui fermarsi un momento, come in un Autogrill di fiaba: al posto del classico, e prosaico, «Lei cosa prende?», ecco un innovativo, e toccante, «Lei cosa dà?».

Le monetine tintinnano, le banconote frusciano, e i versamenti informatici fanno il loro dovere nel silenzio benedetto del loro mondo virtuale. Basta una somma anche modesta, e addirittura modestissima, per sentirsi di nuovo buoni.

Un miracolo che non può non commuovere e che, per di più, si può ripetere diverse volte nel corso dell’anno. Altro che il Santo, ma isolato, Natale. Evviva l’Evento, ricorrente, della Beneficenza di massa. E che lo share sia con voi, Arcangeli di Telethon.

Federico Zamboni          

Rassegna stampa di ieri (17/12/2013)

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