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Costa d’Avorio. Laurent Gbagbo: eroe nazionale o dittatore?

Quando si parla di Costa d’Avorio, la prima cosa che viene in mente è il cioccolato. La perla dell’Africa Occidentale è infatti il primo produttore mondiale di cacao.

Ma la Costa d’Avorio è molto altro.

Un tempo era un Paese in pace. Da dieci anni è un covo di malviventi. La metamorfosi è stata lenta e sanguinosa. Migliaia di persone sono morte. Interi villaggi sono stati cancellati dalla faccia della terra.

Dietro lo scempio c’è la Francia, che ha scatenato una guerra per fermare un uomo che si è ribellato al giogo coloniale. Il suo nome è Laurent Gabgbo: è stato per dieci il capo di Stato della Costa d’Avorio e ora sta pagando sulla propria pelle “l’oltraggio”.  Oggi Gbagbo si trova in prigione all’Aja in attesa di un processo. Nei giorni scorsi la Corte penale internazionale (Cpi) si è pronunciata per la quinta volta a favore del suo mantenimento in stato di detenzione. «Nonostante il miglioramento della situazione dal punto di vista della sicurezza in Costa d’Avorio, la detenzione di Gbagbo è ancora necessaria per garantire la sua comparizione dinanzi alla Corte e assicurarci che non ostacoli l’inchiesta o la procedura giudiziaria», si legge nel comunicato.

Da alcuni mesi l’ex capo di Stato non sta bene. La sua salute, già precaria all’arresto, è peggiorata. I suoi difensori hanno perciò sollecitato la scarcerazione provvisoria. Alla richiesta, i giudici dell’Aja hanno preso tempo e annunciato una decisione per il 2 dicembre, e quindi per oggi, sulle condizioni di salute di Gbagbo e le eventuali misure da adottare.

Gbagbo, dunque, rimane dietro le sbarre. In apparenza, non ci sarebbero le motivazioni per farlo. Lo scorso giugno la Corte penale internazionale ha ammesso che non ci sono prove sufficienti per incriminare e ha richiesto ulteriori prove e indagini supplementari per decidere se istruire un processo contro l’ex presidente ivoriano.

Se non ci sono prove, perché accanirsi contro Gbagbo? Perché fa paura. La sua liberazione potrebbe rimettere in discussione l’ordine prestabilito in Costa d’Avorio. E allora si fa di tutto per infangare la sua immagine . Il procuratore generale, Fatou Bensouda, ha persino inserito nell’atto d’accusa testimonianze e immagini di violenze che si sono verificate in Kenya.

Non c’è da stupirsi. Si tratta infatti di un processo politico, come ce ne sono stati tanti altri in passato.

 

In pochi sanno chi è Laurent Gbagbo. In pochi conoscono la sua storia.  

È stato definito un criminale di guerra e un tiranno attaccato alla poltrona presidenziale. La verità l’ha raccontata lui stesso il primo marzo di quest’anno, quando davanti ai giudici della Cpi e alle telecamere dei principali media internazionali, si è definito un «democratico» e un «uomo di pace». «Signora Presidente, per tutta la mia vita, ed è noto non solo in Costa d’Avorio, ma in tutta l’Africa e anche in tutta la Francia politica, ho combattuto per la democrazia», ha affermato l’ex presidente ivoriano che ha lottato per il multipartitismo in Costa d’Avorio, finendo varie volte in prigione ed anche in esilio per sfuggire ai mandati di arresto impartiti dall’ex presidente Félix Houphouët-Boigny.

La sua storia è intrecciata con quella del Paese ivoriano, nato come un “artificio geografico” dell’ex colonia dell’ “Africa occidentale francese”, che riuniva quattro Stati: Burkina Faso, Guinea, Mali e appunto la “Côte d’Ivoire”. Dopo  varie vicissitudini, nel 2000, il popolo ivoriano scelse democraticamente il suo presidente: Laurent Gbagbo, un professore di storia e filosofia. Da subito egli mise in discussione il “patto coloniale” firmato tra Houphouët-Boigny e la Francia. Aprì ad altri partner commerciali; scrisse per la prima volta le norme sugli appalti pubblici basate sulla logica della gara aperta; avviò le procedure per creare una moneta nazionale e abbandonare, di conseguenza, il franco-cfa (eredità del passato coloniale).

L’emancipazione dell’ex colonia fece storcere il naso all’allora presidente francese Jacques Chirac, che tentò in vari modi di rovesciare il governo di Gbagbo, finanziando un gruppo di ribelli e mercenari, provenienti dal Burkina Faso e guidato da Alassane Dramane Ouattara, che occupò il nord del Paese. Quest’ultimo era già noto alla cronaca ivoriana. Fu primo ministro nel governo di Houphouët-Boigny, su imposizione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Ouattara, cresciuto proprio nelle file della BM, privatizzò tutte le aziende strategiche di Stato, dalla telefonia all’elettricità, dall’acqua alle aziende agricole, cedendo il 75% delle quote ad operatori francesi.

Nel 2002 le cosiddette Forze Nuove approfittarono dell’assenza di Gbagbo, che si trovava in Italia, per prendere il potere. I militari riuscirono a rispondere all’attacco e a confinarli nella provincia di Bouaké, a nord. A questo punto, Chirac chiamò l’ex capo di Stato ivoriano e cercò di lusingarlo con il denaro, chiedendogli di non partire perché ci avrebbero pensato le forze francesi a ripristinare l’ordine. L’ex presidente africano rifiutò la proposta e riuscì, grazie al governo italiano, a rientrare in patria e a riprendere il suo posto legittimo.

Con il Paese spaccato in due e dopo anni di colloqui di pace, nel 2004, Gbabgo decise di liberare il territorio con un’operazione militare. L’esercito d’oltralpe presente in Costa d’Avorio impedì l’azione e dopo aver accusato (senza alcuna fondatezza) i militari ivoriani di aver ucciso nove soldati francesi bombardò le basi militari e aeree della Costa d’Avorio. Le forze transalpine cercarono di prendere il controllo di Abidjan, ma non erano preparate a fronteggiare migliaia di ivoriani che disarmati formarono cordoni umani a protezione della tv di Stato, del palazzo e della residenza. Il 6 novembre del 2004 i militari francesi aprirono il fuoco contro gli ivoriani disarmati e uccisero oltre 300 persone. Nonostante il massacro, la Francia non riuscì a portare a termine il suo piano.

Dal quel tragico giorno fino al 2010, Gbagbo fu costretto a governare un Paese spaccato in due e a sottostare alle regole dei francesi: nominare come primo ministro Guillaume Soro, ovvero una persona gradita ai ribelli, arruolare i ribelli nelle forze armate e organizzare nuove elezioni presidenziali.    

Fu richiesto anche il dispiegamento della missione Onu, l’Onuci, per disarmare le Forze Nuove. Un compito che i caschi blu non portarono mai a termine.

 

Nell’ottobre del 2010, nonostante non ci fossero le condizioni, si svolsero le elezioni presidenziali, in cui si presentarono 14 candidati, tra cui Gbagbo, Ouattara e Bedié. L’esito del voto, definito legittimo, vide Gbagbo al 38%, Ouattara al 32% e Bedié al 25%. Il 28 novembre si svolse il ballottaggio  tra i primi due candidati.

Di fronte alle irregolarità registrate nel nord, la Commissione Elettorale Indipendente (Cei) decise di non pubblicare i risultati provvisori e di trasmettere gli incartamenti al Consiglio Costituzionale, l’organo super-partes. Ma legge fu violata e il popolo ivoriano venne a conoscenza dei risultati delle elezioni dal presidente della Commissione elettorale indipendente (Cei), M.Yousouffe Bakayoko, che li rese pubblici  davanti al canale francese France 24 nonostante la legge ivoriana stabilisca che la proclamazione ufficiale degli esiti elettorali debba essere fatta dal Consiglio Costituzionale davanti alla televisione di Stato.

Il presidente della Cei fu infatti “sequestrato” dall’ambasciatore francese e da quello statunitense, portato all’Hotel du Golf (quartier generale di Ouattara) e costretto ad annunciare davanti al canale francese la vittoria di Ouattara.

Una vittoria smentita dal Consiglio Costituzionale, che dopo qualche giorno dall’annuncio del presidente della Cei, proclamò Gbagbo presidente della Costa d’Avorio. Ma le Nazioni Unite non riconobbero l’autorità del Consiglio Costituzionale e nei giorni seguenti si susseguirono dichiarazioni di appoggio a favore di Ouattara da parte dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e delle cancellerie occidentali. Tranne Russia e Cina che si astennero.

Di fronte al golpe bianco, Gbagbo cercò ancora una volta il confronto civile: «Ho chiesto un riconteggio dei voti e hanno rifiutato. Ho proposto di creare una commissione internazionale d’inchiesta indipendente per esaminare i fatti ma hanno rifiutato».  Di fronte al muro di ostilità, andò dritto per la sua strada. Come disse il portavoce, Jacqueline Lohoues Oble, «Noi, la piccola Costa d’Avorio, dobbiamo dare una lezione democratica a quei Paesi che si credono campioni della democrazia. All’Onu e alla Francia che occupano il nostro suolo con i loro militari e pretendono di dirci quale presidente dobbiamo eleggere. Ma noi non siamo una sottoprefettura della Francia. Siamo un Paese occupato(…). L’Onu e la Francia se ne devono andare e lasciarci liberi di gestire i nostri affari. Siamo uno Stato libero, uno Stato sovrano, il colonialismo è finito». 

 

La storia dice altro, purtroppo. Per mesi Gabgbo riuscì a rimanere, grazie all’appoggio del popolo ivoriano e alla fedeltà delle forze armate, al potere. Quattro lunghi mesi, in cui i media embedded diffusero notizie false su presunte repressioni contro manifestazioni, su attacchi verso villaggi e scontri etnici tra musulmani e cristiani. Accuse che “giustificarono” le decisioni dell’Unione Europea, su pressioni della Francia, di imporre sanzioni economiche, l’embargo per le esportazioni di caffè e del cacao, la chiusura delle banche e persino il blocco dell’invio di medicinali.

Nonostante la manipolazione dell’informazione, nei social network circolarono le immagini di bambini uccisi a colpi di machete, di donne violentate e poi sventrate, di vecchi sgozzati e di uomini picchiati a sangue e poi uccisi a sangue freddo. Ci furono veri e propri massacri. A fine marzo, 800 persone furono uccise nel villaggio di Duékoué quando gli ex ribelli delle Forze Nuove, guidate da Guillaume Soro, attualmente presidente dell’Assemblea nazionale, presero il controllo dopo aver avuto la meglio sui soldati di Gbagbo.

Migliaia di morti, altrettanti di profughi e mutilati. Interi villaggi rasi al suolo. Dopo mesi di battaglia, l’allora presidente francese Sarkozy fece la sua proposta indecente a Gbagbo: gli avrebbe concesso di rimanere al suo posto se avesse dato alla Francia l’80% dei proventi del petrolio ivoriano; il resto, circa il 20%, sarebbe stato diviso equamente tra il Burkina Faso e la Costa d’Avorio. Gli offrì anche due milioni di euro e l’esilio. Ma il presidente Gbabgo rifiutò  e Sarkozy, in mondovisione, lo accusò di crimini contro l’umanità. Lo definì un dittatore che da dieci anni governava la Costa d’Avorio. Disse che era venuto il momento di ripristinare “la democrazia” nella perla dell’Africa occidentale. Come in Libia, la “democrazia” fu esportata a suon di “bombe”.

La Francia, con il sostengo dell’Onu, bombardò a tappetto Abidjan, la capitale. Furono colpiti abitazioni civili, ospedali, scuole.

«Sono stati i soldati francesi a fare tutto. Hanno bombardato dal 31 marzo all’11 aprile 2011. All’inizio i bombardamenti erano sporadici (…) Il ministro della Difesa francese Alain Juppé espresse il desiderio di parlare con me. Il mio consulente Desiré Tagro ( ucciso durante l’arresto di Gbagbo) mi disse che la richiesta proveniva da Charles Millon, l’ex ministro della Difesa, con cui ero stato insieme all’Università di Lione. Tagro mi ha parlato di questa richiesta il 10 aprile 2011 al mio risveglio mattutino (…) Quando ho finito di fare la doccia, ho trovato Tagro al telefono con Millon. Improvvisamene una bomba è esplosa sul tetto della mia stanza», racconta lo stesso presidente ivoriano in una lettera ripresa nel libro  “Costa d’Avorio. Il Colpo di Stato”, scritto dal giornalista investigativo Charles Onana con una prefazione dell’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki.

Il libro contiene documenti inediti e lettere che Onana ha ottenuto dai ministri francesi e dal presidente Gbagbo. «Il 10 aprile 2011, la nostra fonte presso il ministero della Difesa a Parigi ci informò che c’erano 6+3, vale a dire sei elicotteri più altri tre. Prima di allora c’erano solo tre elicotteri che ci bombardavano. I cecchini erano invece di stanza sui tetti dell’ambasciata francese in Costa d’Avorio, adiacente alla mia residenza. Il loro ruolo era quello di sparare sui manifestanti e sui giovani ivoriani accorsi a proteggere la mia casa», spiega nella lettera Gbagbo, che diede l’ordine ai suoi soldati di non rispondere al fuoco nemico: «Non potevo accettare di vedere morire inutilmente i degni figli del mio Paese contro persone che volevano solo la mia testa (…) I soldati volevano mettermi in sicurezza ma gli ho detto che non ero un militare ma un capo di Stato».

Per quanto riguarda il suo arresto, Gbagbo sostiene che i soldati francesi dopo aver circondato la sua residenza hanno mandato avanti i ribelli delle Forze Nuove (ora Forze repubblicane) a prenderlo, mentre loro stavano dietro e filmavano il tutto. «Non c’erano giornalisti africani che giravano le immagini al momento del mio arresto». Solo francesi. Parla anche del tentativo di corruzione da parte dell’amministrazione Obama. «Un sottosegretario di Stato Usa mi ha chiamato e mi ha parlato per almeno un’ora. Mi ha detto che se avessi lasciato la poltrona presidenziale, sarei sopravvissuto e andato in esilio con altre 64 persone del mio entourage. Sarei stato nutrito, avrei avuto un lavoro e un reddito pari a 2 milioni di dollari (…) Questa conversazione o monologo era surreale (…) e ho attaccato». A differenza dei nostri politici, che sarebbero scappati in qualche meta esotica con le tasche piene di soldi, lui ha scelto di rimanere al fianco del suo popolo.

A distanza di anni, ci s’interroga ancora come «una diatriba elettorale possa aver provocato un intervento diretto delle truppe francesi».  

Forse interrogarsi sul passato fa male, ma non quanto farlo sul presente. In Costa d’Avorio vige legge dei vincitori. Non c’è sicurezza. Non c’è lavoro. Non c’è speranza. 

Chi può fugge, gli altri sopportano. Omicidi, stupri, saccheggi, estorsioni di denaro sono all’ordine del giorno.

La Francia è riuscita nella sua impresa. L’economia della perla dell’Occidente è tornata in mano alle multinazionali francesi: Areva, Total, France Telecom, Bolloré, Societé Generale, Saga, Total.

E il popolo ivoriano, spogliato della sua stessa dignità, è alla fame.

Francesca Dessì

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