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Francesco, il Papa-aspirina

Confortare è una bella cosa. Rabbonire a sproposito no, per niente. E le frasi pronunciate ieri dal Papa, rivolgendosi al gruppetto di manifestanti, dell’area dei “Forconi”, giunto in piazza San Pietro inalberando uno striscione con scritto «I  poveri non possono aspettare», rientrano certamente nella seconda categoria: un mazzetto di chiacchiere di circostanza che in superficie esprimono comprensione e solidarietà, ma che in profondità sono del tutto irrilevanti. Anzi, dannose.

Il vero asse portante delle sue parole, infatti, non va individuato nelle accorate ovvietà del tipo «famiglia e casa vanno insieme: è molto difficile portare avanti la famiglia senza abitare in una casa», ma nella raccomandazione/auspicio a «dare un contributo costruttivo respingendo le tentazioni dello scontro e della violenza e seguendo sempre la via del dialogo, difendendo i diritti».

Detto con la dovuta franchezza, una completa stupidaggine. Che è talmente lontana da qualsiasi analisi realistica della crisi in corso, e prima ancora del sistema economico che l’ha generata, da suonare insultante. Delle due l’una: o l’ex cardinale Bergoglio non capisce un accidente di come funziona il liberismo, e di come i partiti di governo ne assecondino scientemente le iniquità a danno della grande maggioranza dei cittadini, oppure ne comprende le dinamiche e le finalità, ma fa finta di no. Nel primo caso ci troviamo di fronte a un inetto. Nel secondo a un ipocrita.

E non ci si venga a raccontare, per l’ennesima volta, che purtroppo la Chiesa non ha la possibilità di incidere direttamente sulla realtà sociale e deve accontentarsi, perciò, di spandere sommessi suggerimenti e fraterni inviti: la precarizzazione di massa non è un equivoco, e men che meno una svista, ma un obiettivo strategico, per cui non si potrà mai risolvere a suon di garbate sollecitazioni al confronto e alla (pacata) discussione. Viste le disuguaglianze oggi in atto, e destinate non già ad attenuarsi ma a diventare più marcate e strutturali, le parti che si dovrebbero relazionare «respingendo le tentazioni dello scontro e della violenza» sono in effetti delle controparti. Separate da una distanza che non ha nulla di casuale e che va appunto aumentando.

Non siamo nel campo dei malintesi, con una classe dirigente che in passato non si era resa conto di quello che stava combinando e che è pronta a emendarsi, laddove qualcuno la aiuti ad aprire gli occhi. Non siamo, neppure a livello embrionale, in una fase di riavvicinamento reciproco, in cui tutti si danno atto dei rispettivi errori e poi ripartono su basi diverse e migliori, lasciandosi alle spalle gli eccessi di egoismo in favore di una piena rappacificazione e di un futuro concorde.

La verità è un’altra, ed è troppo evidente perché si possa scusare chiunque la ignori. E ignorandola la neghi. La verità è che ci sono delle oligarchie che si preoccupano solo dei propri vantaggi e che non esitano, a tale scopo, a infliggere qualunque privazione e sofferenza al resto dei cittadini. La democrazia è una messinscena, per loro. La “sovranità popolare” è l’alibi perfetto per nascondere, dietro la pantomima delle “libere elezioni”, le decisioni/imposizioni calate dall’alto. Dai vertici della politica. Dai vertici dell’economia, ovvero della finanza.

Papa Francesco, invece, cade dalle nuvole. O vi si adagia. Con la consueta bonomia chiede che si segua sempre «la via del dialogo», come se si trattasse di appianare qualche divergenza astratta tra soggetti in perfetta buona fede e con un mucchio di tempo a disposizione. Come ha fatto fin dall’inizio, vedi la scelta del suo stesso nome da pontefice, questo campione del marketing pseudo religioso punta tutto su una simulata semplicità: che di per sé non è certo un antidoto, di fronte al groviglio di interessi del mondo odierno, ma una colpa.

Nascondendo la complessità di quanto avviene se ne mistifica la portata. Ed è come mandare i più deboli alla deriva, illudendoli che o prima o dopo giungerà indubbiamente l’approdo in un porto sicuro, dove le autorità saranno liete di accoglierli.

Federico Zamboni  

Sempre meno lavoro. Sempre meno tutele

“Con tanti auguri” da Standard&Poor's