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Italia: manca un nuovo mito fondante

Il Porcellum era chiaramente indifendibile, quindi il pronunciamento della Corte Costituzionale ha l’unico difetto di essere venuto tardi. Tuttavia si tratta di un precedente che potrebbe rivelarsi pericoloso.

Non a caso non si riesce ad approvare una nuova legge elettorale. Ogni partito, o addirittura ogni gruppo organizzato all’interno dei partiti, persegue il proprio interesse elettoralistico immediato, senza curarsi di concorrere a definire un sistema di voto che possa durare nel tempo e che dia un responso delle urne indiscutibile. Già oggi, e non solo in Italia, sempre più spesso gli sconfitti denunciano brogli cercando di invalidare le elezioni. Il precedente del pronunciamento della Corte Costituzionale farà sì che in futuro i delusi dalle urne sollevino eccezioni di incostituzionalità. Se il sistema prevede un premio di maggioranza, si chiederà una sentenza che lo dichiari incostituzionale. Se sarà il proporzionale puro, gli sconfitti denunceranno l’illegalità di un sistema che non consente la governabilità.

Diciamocelo senza infingimenti: la vicenda che stiamo vivendo dimostra che l’assetto democratico-parlamentare-rappresentativo del nostro sistema politico è giunto al capolinea. Prendere atto della realtà è sempre cosa buona e doverosa.

I sistemi funzionano quando delineano un quadro civile e istituzionale largamente condiviso. Perché questo avvenga occorre che resti vitale il mito fondante dello Stato. L’Italia liberale si fondò sul mito del Risorgimento: la nazione nata da una lotta di popolo per la propria indipendenza, coi suoi simboli, le sue bandiere, i suoi eroi e martiri. Come tutti i miti, era un racconto in gran parte fantastico. In realtà il Risorgimento è stato opera di minoranze massoniche e anticlericali, di giovani idealisti, vincenti grazie a trame internazionali, nell’indifferenza o nell’ostilità della maggioranza della popolazione. L’impresa dei Mille e l’abbattimento del regime borbonico presentano analogie impressionanti con il recente scempio che è stato fatto della Libia di Gheddafi.

Niente di scandaloso: tutti i moderni Stati nazionali sono nati dall’iniziativa armata di minoranze.

Quel mito fondante, per quanto falso fosse, ha funzionato fino alla prima guerra mondiale, che sconvolgendo il quadro sociale ed economico ha fatto a pezzi lo Stato liberale.

Il mito fondante del successivo regime fascista fu la marcia su Roma, la rivoluzione reazionaria che avrebbe fatto risorgere l’antico splendore imperiale. Fu vuota retorica, ma per un ventennio funzionò.

La nuova Italia nata dalle ceneri della guerra persa fondò il suo mito sulla Resistenza, sulla più bella Costituzione del mondo, e sull’adesione ai valori dei liberatori. La Resistenza fu in realtà una crudele guerra civile fra due minoranze, col popolo impegnato soprattutto a barcamenarsi per sopravvivere. La Costituzione più bella del mondo è piena di lacune. I liberatori anglo-americani erano invasori esattamente come i tedeschi. Ma tant’è: quel mito fondante ha funzionato per qualche decennio, i più prosperi nella storia d’Italia.

Esauritosi anche quel mito, demolito dagli scandali, dalle mafie, dalla corruzione, si è tentato di fondare la cosiddetta seconda repubblica sull’europeismo. Un mito debolissimo e già al tramonto. Ci troviamo senza mito fondante, quindi senza un terreno comune di intesa, senza regole accettate da tutti, senza una rete istituzionale e una morale condivise. Questo e non altro ci dicono i mesi convulsi che stiamo vivendo, questo e non altro ci dice il paradosso di istituzioni, dal Presidente al Parlamento, completamente delegittimate.

Diciamocelo senza infingimenti: quando si giunge a questo punto, soltanto una dittatura può salvare una nazione. Ma perché una dittatura non sia tirannide, il peggiore dei mali, occorre che nasca da una volontà di rinascita, da una spinta vitale, da un’energia ricostruttiva. Nell’Italia odierna non c’è nulla di tutto ciò.

Lo Stato è a pezzi, le attività economiche sono in affanno, i costumi sono corrotti a tutti i livelli, abbiamo perso quel poco di sovranità che ci era rimasta, si dimenticano o si svuotano di contenuto le tradizioni e i costumi che si basano sulla religione, anch’essa morente, le etnìe si sovrappongono senza fondersi (nell’elenco telefonico di Milano il cognome più ricorrente è cinese), la stessa lingua è in fase di estinzione: ogni anno scompaiono dall’uso scritto e parlato decine di parole, non sostituite da altri termini che siano neologismi italiani o dialettali, ma da vocaboli di lingue straniere, soprattutto anglo-americani.

Questo è lo scenario di una nazione in estinzione, se vogliamo dire le cose col loro nome.

La storia ci presenta un elenco lunghissimo di nazioni che furono grandi, lasciarono un’impronta profonda sul suolo insanguinato del mondo, furono protagoniste di splendide civiltà, e sono sparite.

Quando lo Stato è corrotto e inefficiente, quando i costumi e le tradizioni si perdono, quando si smarriscono i saperi e le abilità che caratterizzarono un modo di vivere e di produrre, quando la lingua si fossilizza e muore, le nazioni si estinguono.

Il fine di queste considerazioni non è indurre alla disperazione, ma invitare a prendere coscienza della posta in palio. Quella che si profila, se continueranno le tendenze in atto, è nientemeno che la fine di una nazione.

Luciano Fuschini

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