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Grecia: è crisi umanitaria

Lacrime e sangue, si dice. Formula che giornalisticamente viene usata anche troppo spesso, ma che rende abbastanza bene l'idea. Ora è però il caso di trovarne un'altra, di definizione, perché la metafora diventa realtà. L'ultima notizia è questa: la Svizzera ha deciso di dimezzare le forniture di sangue alla Grecia. A partire dal 2015 e almeno sino al 2020 (sarebbe curioso sapere cosa intende fare di lì in avanti) la Croce Rossa svizzera ha dichiarato che non potrà più inviare sacche di sangue per il semplice motivo che Atene non ha denaro per pagarlo. "Il sangue viene donato gratis", ha precisato, ma"il denaro serve per coprire costi logistici, amministrativi e di laboratorio". Il che naturalmente non sposta di un millimetro la questione: niente denaro, niente sacche di sangue. 

La prima riflessione è sin troppo elementare: visto che il 92% di tutti gli "aiuti" ricevuti da Atene se ne va per pagare gli interessi sul debito e per rifondere le Banche private dai crediti scoperti nei confronti della Grecia, è evidente che siano i bankster i maggiori beneficiati di tutta l'operazione e non i cittadini ellenici, come si strombazza in giro. Neanche nei casi più estremi, ovvero quelli dei malati che hanno bisogno di sangue.

Ma c'è molto altro, purtroppo. Ne riportiamo quasi ogni giorno e non possiamo esimerci dall'aggiornare la situazione. La politica del rigore dei conti per pagare gli interessi usurai dell'Europa delle Banche ha i suoi effetti sociali. Devastanti, quando spinta così a fondo come in Grecia.

La vera domanda da porsi è ora la seguente: quanto manca ancora a definire ciò che sta accadendo in Grecia come una "crisi umanitaria" in tempo di pace? Uno dei primi a pensare questo argomento e usare parole di tal calibro è stato il Guardian: 

«Nelle società europee si presume che le crisi umanitarie possano avvenire solo in seguito a calamità naturali, epidemie, guerre o conflitti sociali. Perciò pensiamo che una simile crisi non possa verificarsi in un Paese europeo e men che meno in uno che fa parte dell’Unione»

E invece già l'Unione europea aveva parlato, nel 2010, dunque a oltre due anni da oggi dove ovviamente la situazione è ulteriormente peggiorata, di una una condizione di "privazione materiale estrema" per più dell'11% della popolazione. In soli due anni tale percentuale è salita a oltre il 40%.

Il dato è ufficiale, quasi la metà dei greci è al di sotto della soglia di povertà. Quando usiamo il termine povertà in merito a dichiarazioni di dati ufficiali, non si pensi a una condizione vaga e non definibile nei suoi dettagli, perché le caratteristiche per poterla definire esattamente così sono molto precise: dieta alimentare scarsa, assenza o riduzione ai minimi termini di riscaldamento domestico e di elettricità, impossibilità di far fronte alle spese di emergenza, comprese quelle per la salute, pagare affitto e bollette per i servizi essenziali. E da questo quadro - ripetiamo, per quasi la metà dei cittadini ellenici - sono fuori le persone che sono letteralmente senza fissa dimora. In quest'ultimo caso le stime, difficilissime per questo segmento, parlano al momento di circa 50 mila persone. Uno stadio di calcio.

Del resto, le cure alle quali è stata sottoposta la Grecia hanno portato a dei numeri stratosferici non opinabili: stipendi decurtati, ovunque, nell'ordine del 30-40%, per chi ne ha ancora uno, con un salario medio di circa 500 euro; pensioni tagliate del 20% e disoccupazione totale oltre il 50%.

Chiaro che una situazione del genere non potesse che sfociare nella situazione che stiamo descrivendo.

I casi di malnutrizione a scuola sono all'ordine del giorno - parliamo di bambini - così come le distribuzioni di pasti e alimenti da parte di varie Ong e la crescita delle mense per i poveri. La sola Chiesa ortodossa distribuisce più di 250 mila razioni giornaliere. 

Una delle "ribellioni" più significative, proprio dal punto di vista simbolico oltre che da quello evidentemente pratico, è quella, tuttora in corso, dei contadini e degli agricoltori. Questi, fuori dal ministero relativo, distribuiscono frutta e verdura ai poveri contravvenendo alla ignobile legge europea che, per le quote, impone di mandare al macero le produzioni oltre una certa soglia. I contadini si ribellano, non macerano nulla e distribuiscono il tutto al popolo. Saranno ora in arrivo le sanzioni europee per tale comportamento?

È insomma una situazione tragica e ridicola dell'Europa nel suo insieme. Basterebbe questo per dichiarare fallito tutto il progetto europeo.

Tornando ai termini "crisi umanitaria", poi , uno dei punti chiave si riferisce alla accessibilità alle cure mediche di base, ai ricoveri ospedalieri e ai farmaci. Oltre alle sacche di sangue, appunto. I dati sono impietosi: il 60% dei cittadini si rivolge, per situazioni di emergenza sanitaria, alle Ong: gli ospedali non sono in grado di garantire il servizio. 

Parallelamente pare si inizi a verificare con una insistenza allarmante il ritorno su scala più ampia rispetto al passato di tutta una serie di patologie tipiche delle società sottosviluppate: sifilide, condilomi e infezioni della pelle, epatiti e Hiv. 

Su questo scenario insistono almeno due ulteriori settori in ombra ma molto determinanti. Da un lato il fatto che il Tribunale Superiore (l'equivalente della Corte Costituzionale) si è pronunciato ripetutamente contro tutta una serie di leggi e decreti varati dal governo Samaras, in combutta, di fatto, con i diktat della troika, che vanno contro le più elementari regole della Costituzione greca. Parliamo di misure e provvedimenti adottati in palese contraddizione e violazione dei principi e dei doveri costituzionali in tema di rispetto e protezione della persona. Dall'altro lato la presenza, ormai accertata, di milizie estere all'interno del Paese con precisi incarichi di difendere i Palazzi dalle proteste del popolo che ovviamente non possono che aumentare (ne abbiamo riportato qui).

Allora, tirando delle parziali somme, alla "crisi umanitaria" - siamo d'accordo nel chiamarla così? - si aggiunge anche quella della democrazia. Il che si traduce fatalmente, e molto di  più rispetto alla semplice formula che ne deriva, nella compresenza di fame e repressione

Condizione dalla quale, storicamente, sono sempre scaturiti fenomeni di rivolta cruenta, o prima, o poi.

 

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