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PAPA, DATTI UN PROGRAMMA (E RISPETTALO)

Oggi la intronizzazione: da domani verificheremo se e in che modo si attaccheranno le vere cause della povertà

Sono bastati questi primissimi giorni, per capire che intorno alla figura del nuovo pontefice tira aria di esaltazione indiscriminata.

Dalle masse popolari in buona fede ai professionisti della manipolazione, è tutto un susseguirsi di parole di apprezzamento. E di speranza. L’apprezzamento per quello che il nuovo papa ha detto e, ancora di più, per come lo ha detto, nonché per come ha accompagnato le sue frasi semplici e dirette con dei comportamenti altrettanto sobri e quasi dimessi.

Il leitmotiv, a cominciare dal nome che si è scelto, è quello della vicinanza ai poveri. Che detto così, in maniera quanto mai generica, non fa nessuna fatica a raccogliere consensi pressoché illimitati. Se persino i Repubblicani filo Bush non esitarono a predicare un conservatorismo “compassionevole”, salvo poi perseverare nelle loro politiche a tutto vantaggio dei super ricchi (e a tutto danno degli altri), è chiaro che nel delirio contemporaneo c’è spazio per ogni genere di ipocrisie.  E che, quindi, le affermazioni astratte vanno prese per quello che sono: chiacchiere di cui ci si riempie la bocca perché in fondo non costa niente.

A fare la differenza, viceversa, sono solo ed esclusivamente le azioni concrete. Che però, nel caso della Chiesa, non vanno confuse con gli interventi caritatevoli, visto che questi ultimi continuano a riguardare il mondo degli effetti senza fare nulla per rimuoverne le cause. Chi oggi parla/ciancia della grande opera di rinnovamento che ci si attende da Francesco I, giunto a Roma «quasi dalla fine del mondo», dovrebbe innanzitutto rispondere a questa domandina semplice semplice: i valori del cristianesimo, e in particolare di quello cattolico, sono o non sono incompatibili con quelli delle società liberiste, imperniate sul massimo profitto e sul consumismo illimitato?

Analogamente, e prima di ogni altro, il quesito andrebbe posto al papa, in quanto massimo rappresentante della Chiesa. Non siamo nel campo delle sottigliezze dottrinarie, sulle quali il suo predecessore Ratzinger amava tanto indugiare. L’interrogativo è elementare, ancorché decisivo, e altrettanto nitida dovrebbe essere la risposta.

Ma ovviamente, visti gli innumerevoli precedenti che si sono accumulati sia nel lontano che nel recente passato, anche stavolta non si andrà al di là delle buone intenzioni. Dei pii desideri. Delle parole che nell’intento dichiarato di recare conforto, servono piuttosto a rabbonire: state quieti, miei carissimi poveri, e accettate di buon grado le difficoltà e le angustie in cui vi trovate a vivere. «Sia fatta la volontà di Dio», eccetera eccetera eccetera.

(fz)  

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