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E intanto gli USA vanno in default pezzo per pezzo

È umanamente comprensibile: ogni cittadino guarda alla propria situazione più che al quadro globale. L’orizzonte visuale, per ovvi motivi, diventa più vago mano a mano che ci si allontana dalla propria realtà circoscritta. E così l’italiano è coscienziosamente preoccupato dell’andamento del proprio comune o della propria regione, e i confini della questione cominciano a farglisi indistinti quando passa a uno scenario nazionale o europeo. Quello internazionale finisce per vederlo poco o nulla. Eppure vi sono eventi che, pur essendo circoscritti e lontani, meriterebbero un’attenzione particolare. Complici i media mainstream che sostanzialmente li ignorano, tali eventi non ottengono la ribalta.

E così, mentre il problema da noi è il parlamentare che ha mangiato al ristorante della Camera e non alla mensa, il senatore che va in bicicletta al lavoro, le cariche istituzionali che fanno a gara a tagliarsi lo stipendio, il paese che, piaccia o no, è il riferimento politico, economico e militare del mondo, va gradualmente in default. Parliamo degli Stati Uniti, dove di recente il presidente Obama ha di fatto perso il braccio di ferro per un accordo che evitasse di precipitare il paese oltre il ciglio del baratro fiscale. Un braccio di ferro che si è svolto non su iniziative di sistema, in grado di cambiare profondamente la logica con cui vengono gestiti i conti pubblici, ma sulla mera opportunità di modificare per legge il “tetto” oltre il quale il paese avrebbe dovuto dichiarare default.

E mentre questo accadeva ai vertici, un precedente di cui abbiamo ampiamente parlato, quello del Minnesota, Stato dell’unione fallito alcuni mesi fa, comincia a ripetersi pericolosamente, come in un irrefrenabile effetto domino, in alcune città e contee piccole e grandi sparse per tutti gli Stati Uniti. Al momento, l’esempio del Minnesota è stato seguito da sette realtà: le contee di Boise (Idaho) e Jefferson (Alabama), e le città di Central Falls, Harrisburg, Stockton, Mammoth Lakes e San Bernardino. Quest’ultima ha “tirato le cuoia” nell’estate scorsa, seguendo lo stesso schema di tutte le istituzioni che l’avevano preceduta.

A un certo punto l’amministrazione si trova priva della liquidità sufficiente a garantire i pochi servizi che negli USA sono ancora gestiti a livello pubblico, mentre il deficit di bilancio risulta una voragine, in un contesto spesso reso irrecuperabile da situazioni debitorie fuori controllo. La responsabile di tutto, ovviamente, è la recessione, che prosciuga le fonti del gettito fiscale. Un gettito quasi esclusivamente destinato a foraggiare i pochi ma essenziali servizi sociali resi dalle diverse amministrazioni.

Gli analisti americani sono preoccupatissimi per il trend, che davvero, stanti queste condizioni, rischia di generare un effetto domino. Le città di San Bernardino, Stockton e Mammoth Lake si trovano tutte in California, e la loro impostazione di bilancio, saltata per aria quasi in sequenza, è del tutto simile, fatte le debite proporzioni, a quella della città di Los Angeles. Anche in quella grande metropoli da tempo si registra una netta sofferenza di liquidità, in presenza di deficit e debiti fuori controllo, con un terzo del budget dedicato essenzialmente al sostentamento di diversi servizi sociali. Quello che è accaduto alle tre cittadine californiane, in altre parole, secondo molti è solo la punta dell’iceberg, e le prospettive rischiano di essere drammatiche.

“Default” è una parola vaga per molti. E solo chi ha seguito le vicende del Minnesota sa farsi un’idea di cosa significhi un’amministrazione pubblica che vada in bancarotta, anche in un paese dove l’intervento pubblico è minimale, come gli Stati Uniti. Portando i libri in tribunale, come prima cosa vengono tagliati tutti i benefit e parte degli stipendi dei dipendenti dell’amministrazione in questione, stabilendo uno stato di fatto che perdura fin tanto che il budget non viene rimesso in ordine. L’amministrazione, poi, è forzata a spendere non più di quanto effettivamente incamera in termini di gettito, e le è proibito indebitarsi.

Questo significa niente più servizi ai cittadini: fine dei sussidi, ma fine anche degli uffici aperti al pubblico, delle manutenzioni o delle attività di soccorso. Un gran passo verso il periodo del “wild West”. Ben inteso, non c’è soltanto la crisi dietro queste situazioni di default. In molti casi, secondo gli analisti, le insolvenze sono dovuti ad errori nelle scritture contabili, cattiva gestione del deficit, ma soprattutto da un atteggiamento percettivo errato rispetto alla situazione. In gran parte dei casi gli amministratori pensavano di essere ancora in zona “nera” e non in zona “rossa” rispetto ai conti. E così hanno speso più di quanto avessero realmente.

Ma c’è un retropensiero da non sottovalutare, e di cui gli analisti americani, sorprendentemente, prendono atto. Essere in attivo e coi conti in ordine è buono: permette all’amministrazione di spendere e agli amministratori di ben figurare. Ma avere i libri in tribunale può essere ancora meglio: permette agli amministratori di operare tagli brutali, senza doversene assumere la responsabilità politica, essendo quei tagli obbligatori per legge. E là dove il pubblico è obbligato a ritirarsi, interverrà implacabilmente il privato, secondo un disegno neoliberista ben noto. Uno schema valido ovunque, che dovrebbe far suonare più di un campanello d’allarme ovunque nel mondo, in aggiunta al timore che uno dei pilastri globali, nel bene e nel male, abbia al proprio interno il male del default che lo sta divorando lentamente dall’interno.

Davide Stasi

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