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Quanta smania, di un governaccio

Un po’ per volta, ma con qualche accelerazione appena accennata che serve a testarne il gradimento (o almeno la non totale ripulsa) da parte della maggioranza dei cittadini, ci si incammina verso la soluzione, annunciatissima, dell’impasse post elettorale.

Un governo di larghe intese, naturalmente. Il quale, al di là della formula esplicita od occulta che si finirà con l’adottare, è nell’interesse di tutte le oligarche che infestano la società italiana, a partire dagli intrecci fra economia, politica e media, rendendolo un esito pressoché obbligato. La premessa, che non bisognerebbe mai dimenticare, è infatti che i dissidi fra le diverse fazioni, e in particolare quelli tra Berlusconi e i suoi avversari, si inscrivono pur sempre in un modello che nei suoi tratti essenziali – e oligarchici, appunto – è sostanzialmente condiviso.

Il vero pericolo per l’establishment, che già da parecchi anni sta cercando di escluderlo a priori erigendo la “Grande Muraglia” del bipolarismo, è solo quello dell’avvento di forze politiche anomale, che rifiutino alla radice non solo l’attuale organizzazione socioeconomica, ma i suoi stessi presupposti e le sue stesse finalità. La differenza, rispetto a qualsiasi ipotesi riformista, è abissale: invece di mirare a una versione più efficiente dei meccanismi attuali, in una prospettiva che in termini sbrigativi potremmo definire di matrice statunitense, l’obiettivo diventerebbe quello di ripensare all’origine il rapporto tra economia e società. E quindi, in rapida ma coerente successione, i concetti di crescita, di ricchezza e – ancora prima – di sovranità.

Che questo timore serpeggi tra le fila della Casta, o come altro si vuole definire la vasta e variegata categoria di chi ha derivato i suoi privilegi dall’assetto finora dominante, è divenuto evidentissimo all’indomani delle elezioni. L’exploit del MoVimento 5 Stelle, che per quanto eterogeneo, e quindi precario, ha fatto balenare il potenziale di una massiccia adesione popolare a istanze non omologate, rende più che mai urgente un consolidamento del “sistema”. Da un lato, rinnovando tutto quello che è possibile senza andare a toccarne i centri nevralgici: in modo da illudere i più che si siano eliminati i difetti mantenendo i pregi, per cui d’ora in avanti si potrà rilanciare il Pil e avvantaggiarsene un po’ tutti, in quanto si sarà posta fine, o giù di là, alle ruberie dei partiti.  Dall’altro, amplificando al massimo grado i punti deboli dello stesso M5S e del suo leader Beppe Grillo: in maniera tale da indurre elettori e simpatizzanti a ritenerli delle opzioni inaffidabili, per cui diventa automaticamente preferibile affidarsi a mani più esperte. O anche solo più controllate, laddove si tratti delle nuove leve alla Matteo Renzi.

Gli appelli che si moltiplicano in queste ore, adesso che Bersani tenta di portare a termine la sua missione (quasi) impossibile, servono appunto a questo: ingigantire i rischi connessi alla mancata formazione di un governo, così da far apparire gli accordi più improbabili come delle sagge concessioni al buon senso. Anzi, all’interesse supremo del Paese.

Napolitano ripete la litania della coesione, Squinzi ci aggiunge gli alti lamenti di Confindustria per le difficoltà, reali ma tutte da indagare, delle imprese, e un po’ dappertutto si ribadiscono i timori di un ulteriore sprofondamento nei gorghi della recessione produttiva e della disgregazione finanziaria. Scene da un naufragio incombente che, nelle intenzioni, renderanno desiderabile qualsiasi straccio di esecutivo: in mezzo ai flutti in tempesta, meglio una scialuppa scassata, per quanto simile a un relitto, che niente del tutto.

Federico Zamboni

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