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Fate la carità, a quei poveracci dei cronisti

In due parole: che pena. I giornalisti che braccano Vito Crimi per strada, sperando di riuscire a strappargli una qualsiasi frase, o mezza frase, o monosillabo, o persino un’occhiata abbastanza espressiva da poter surrogare le parole, per poi imbastirci qualcosa che si possa spacciare come articolo, se non proprio come scoop.

La politica che si confonde con lo spettacolo. Il parlamentare che si ritrova (suo malgrado, c’è da augurarsi) nei panni della diva, o della divetta, assediata dai cronisti. Loro si fanno sotto, tendendo i microfoni. Lui/lei li snobba. Loro si riducono a paparazzi ansiosi: eddai, dicci qualcosa, non mandarci via senza nulla di nulla. Sembra una questua. Umiliante per chi la chiede. Imbarazzante per chi la subisce. Sembrano dei cacciatori sfigati che farebbero di tutto per riempire il carniere, o almeno per non riportarlo a casa completamente/desolantemente vuoto. E se trovano un uccelletto per terra – moribondo di suo, abbattuto da chissà chi, o da chissà cosa – si precipitano a raccattarlo. Sempre meglio che niente, signor Direttore.

Giornalismo? Ma non scherziamo. Il fatto che queste scene siano ormai abituali, vedi la gazzarra intorno all’automobile di Grillo alla riunione post elettorale del M5S, non significa affatto che ci si debba dimenticare della loro intrinseca meschinità. Al contrario: proprio perché negli anni si sono moltiplicate a dismisura, fino a divenire consuete, fino a creare assuefazione, è più che mai necessario metterle a fuoco. Andando al di là degli stessi sarcasmi, che altrimenti diventerebbero a loro volta un'altra sfaccettatura del medesimo chiacchiericcio inconcludente e autoreferenziale, e chiarendo quanto ci sia poco di casuale, e nulla di scusabile, in questa deriva che riduce l’informazione al pettegolezzo. Ovvero al gossip, come ci si compiace di dire per apparire meno sguaiati. Più trendy. Più cool.

Da un lato il problema è sempre esistito, dall’enfatizzazione dei titoli allo strillonaggio, ma Internet lo ha aggravato. Lo ha radicalizzato. Perché ha stravolto la modalità di “lettura” di ciò che viene pubblicato, sostituendo all’acquisto dell’intero giornale il semplice accesso alle singole notizie. Gratuito per chi lo effettua, ma suscettibile di generare introiti, a forza di click, per chi lo registra e lo va ad aggiungere a tutti gli altri. Cliccate l’editoriale in piena regola? O cliccate l’ultimissima indiscrezione sugli amorazzi di Belen? Sai che gliene frega, all’editore. Uno-vale-uno. E qui davvero, al cento per cento. Perché questa è matematica pubblicitaria, mica propaganda politica.

E allora, senza sottovalutare l’altro obiettivo fondamentale dell’istupidimento di massa, ecco la corsa incessante a ogni sorta di stuzzichino, di “infosnack”, per attirare a sé anche i più distratti. Anche quelli che di politica non capiscono un accidente di nulla, e continuano tranquillamente a vivere/vegetare nella loro beata ignoranza, ma che i meccanismi dei media, specie in chiave televisiva, li hanno assorbiti in profondità. E una volta per sempre.

Ecco la rincorsa alle dive e divette del momento, in forza della telenovela che va per la maggiore. I flash che balenano senza posa per immortalare non solo ciò che avviene ma anche ciò che potrebbe avvenire. Oppure, in mancanza di meglio, ciò che non è avvenuto affatto.

Meglio Grillo che Crimi, ma meglio Crimi di un altro più sconosciuto, e irrilevante, di lui. Ha parlato? Non ha parlato? ‘Sti cazzi. Ne parleranno loro, i “giornalisti”.

Federico Zamboni.

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