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Anziani e morte anticipata

Non è chiaro cosa sia stato a scatenare l’ira funesta di Marco Silombria, 77 anni, che, in seguito a un diverbio, ha percosso una signora ottantenne, Paola Oliviero Burdisso, fino a causarne la morte. Entrambi erano ospiti della casa di riposo di Albisola Superiore, in provincia di Savona. 

Silombria, artista molto in auge negli anni ’70-’80, dopo l’uccisione dell’anziana signora è stato accusato di omicidio preterintenzionale, anche se sostiene di non ricordare nulla di quanto è avvenuto; il suo legale, a dimostrazione della sincerità del proprio assistito, ha dichiarato che egli, in seguito a un incidente domestico, nel 2011 è stato dichiarato incapace di intendere e di volere. Per quanto sia anomala una tale violenza da parte di un uomo vetusto, la colpevolezza non può in tal caso essere considerata piena; ma a chi addossare, allora, il resto della colpa? 

Sicuramente al personale dell’ospizio, reo di non avere prestato la dovuta attenzione a Silombria, che già in passato aveva dato dimostrazioni di aggressività nei confronti di altri pensionanti; a conti fatti, però, la vera responsabilità è da attribuire alle tante, troppe famiglie, che abbandonano i propri “vecchi”, come un inutile fardello, in luoghi che, a voler essere ottimisti, godono di vista sul parco, di stanze adibite a miniappartamenti, di personale tanto qualificato quanto estraneo e di puntuali ricreazioni condivise con altri “compagni di solitudine”: in poche parole, si tratta di luoghi sconfortanti.

A prescindere dal misfatto in sé, ci sarebbe da chiedersi se negli ospizi possano davvero esistere delle storie liete; la risposta, chiaramente, è negativa, perché è in queste strutture che accade di morire in anticipo, se non letteralmente, simbolicamente, cosa molto peggiore: a morire, è il proprio posto nel mondo a causa di certi figli, cresciuti a suon di fatica, i quali, avendo troppo da fare per accudire i genitori come meriterebbero, scelgono a malincuore, ma coscienziosamente di “parcheggiarli”, decidendone così la fine familiare e, quindi, personale. 

Che prospettiva può avere, infatti, un anziano, se non quella di continuare ad accompagnare il cammino di un figlio, pure quando non lo approva e teme per lui ciò che non si è mai sognato di temere per se stesso? E quale gioia maggiore può avere, se non quella di svezzare un nipote con tutte le carezze e i piccoli segretissimi vizi – enormi virtù – che, da che mondo è mondo, mai si concedono a un figlio? 

Se muore il ruolo del padre, muore anche il ruolo del figlio e, a seguire, quello del nipote, con cui i nonni, tutti i nonni, hanno uno speciale rapporto: in lui, c’è il doppio del sangue. Interrompendosi così un ciclo vitale e verticale, avviene una rottura con il passato, ma anche con il divenire.

È stato spiegato e rispiegato come gli anziani avessero un ruolo preminente e ascendente nelle società ancora civili – comunque esse fossero, tribali, feudali o aristocratiche, ma comunque gerarchiche – perché era la crescita, intesa in senso temporale e non economico, il valore principale della vita ed era dunque soltanto l’esperienza – la conoscenza sulla e della propria pelle – a conferire loro la legittima autorità, nonché l’autorevolezza; per dirla con Guénon, non era “il regno della quantità” a governare e non erano sicuramente la produttività e il consumo ad attribuire il giusto merito, ma le qualità, tanto interiori quanto improduttive, ad assegnare a ciascuno il proprio posto nel mondo.

Se è considerato crudele l’abbandono di un figlio, deve essere ritenuto altrettanto crudele il disfarsi di un genitore. Se fossimo una società di anziani, saremmo anche saggi; invece, parafrasando Battiato, siamo solo vecchi senza essere cresciuti. 

Ci mancano la nostalgia del passato e quella dell’avvenire.

Fiorenza Licitra

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