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Escalation di violenza a Port Said

I violenti scontri in corso a Port Said hanno causato un’altra vittima, ma la scusa ufficiale non è la politica, quanto il calcio, o meglio la controversa sentenza che ha comminato numerose condanne a morte, ben 21, o a lunghi periodi di reclusione per gli ultrà della squadra locale, ritenuti responsabili dei tumulti seguiti alla partita con la squadra de Il Cairo, che l’anno scorso causarono 74 morti.

Non è solo calcio, però: gli ultrà si distinsero nelle piazza d’Egitto fin dall’inizio della primavera tradita e nulla esclude che la “tifoseria” nasconda radici politiche ben più profonde, come un tempo, anche se in misura minore, era anche da noi, e quindi sia gli scontri post partita, sia l’eccezionale severità della sentenza possono avere ragioni politiche e non “arbitrali”.

Potrebbe essere, pur a fronte di seri reati, un tentativo di stroncare il nocciolo più organizzato dei movimenti di protesta di Port Said, che si è rivelata una sorta di roccaforte laica contro il tentativo di imporre una costituzione islamista e dove le sedi dei Fratelli Musulmani vengono regolarmente assaltate con successo.

Non è neppure così casuale che gli scontri accompagnino anche la decisione dell’Alta Corte Amministrativa di annullare il decreto presidenziale che fissava la data delle prossime elezioni legislative al prossimo 27 aprile, accogliendo i desiderata delle opposizioni.

Lo scontro in corso non è solo di ultrà dunque, ma anche istituzionale: un violento braccio di ferro fra chi vuole che la primavera d’Egitto non sia tradita e chi vuole far sprofondare il paese nella dittatura teocratica.

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