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SILVIO E PIERLUIGI: IL QUIRINALE COME PEGNO E PARAVENTO

Traccheggia traccheggia, alla fine ci sono arrivati. Berlusconi e Bersani si sono visti di persona e hanno dato inizio – l’inizio ufficiale, beninteso – alla collaborazione post elettorale. Quella collaborazione che secondo noi era praticamente un esito obbligato già all’indomani del voto, a meno di un clamoroso voltafaccia di un gran numero dei parlamentari del MoVimento 5 Stelle, ma che allo stesso tempo andava, e va, mascherata da compromesso sofferto. Al quale si perviene solo nell’interesse del Paese, al fine di proteggere tutti noi, grazie a un minimo di stabilità interna, dalle incombenti minacce dei Mercati.  

La dissimulazione serve specialmente al Pd, che deve cercare di far digerire al proprio elettorato l’avvicinamento a Berlusconi, ma corrisponde anche a un’esigenza di sistema: nascondere la sostanziale convergenza del centrosinistra e del centrodestra (nonché del centro-centro di Casini o di Monti) su un aggiornamento in senso neoliberista del modello economico e sociale.

Rispetto a questa finalità condivisa, in ossequio alle pressioni internazionali incarnate dalla Troika, il primo obiettivo è disinnescare la bomba, quantomeno potenziale, del malcontento popolare che ha portato all’exploit del M5S. La linea difensiva consiste dunque nel ripristinare al più presto, attraverso gli accordi di vertice che si stanno profilando, quel bipolarismo che è uscito assai malconcio dalle urne e che, al momento, non è sicuro di trovare conferma in una nuova consultazione, né mantenendo il Porcellum né introducendo nuove regole in chiave maggioritaria.

Accanto alla prospettiva comune, tuttavia, permangono le esigenze specifiche dei due schieramenti, nonché delle relative fazioni e, in primis, dello stesso Berlusconi. Ed è proprio per questo che l’avvicendamento al Quirinale, per sostituire quel Napolitano che in fondo aveva messo tutti d’accordo (o tutti in riga), diventa un passaggio particolarmente importante. Oltre a dover essere una figura di garanzia nei confronti degli USA e dei vari potentati ufficiali e ufficiosi che dominano l’Occidente – come ha illustrato con sorprendente franchezza Concita De Gregorio in una serie di articoli pubblicati da Repubblica e nei quali si faceva espresso riferimento anche al Gruppo Bilderberg e alla Trilaterale, sia pure guardandosi bene dall'alzare i toni e denunciarne le influenze illecite – il futuro Presidente è chiamato a svolgere un ruolo di mediazione continua tra le istanze di segno opposto che si susseguono nella lotta per la spartizione del potere.

Le parole di Alfano, a commento del summit di ieri, lo fanno capire benissimo: «L'incontro con Bersani e Letta è stato l'occasione per confermare quel che abbiamo sempre detto: il presidente della Repubblica deve rappresentare l'unità nazionale e dunque non può essere, e neanche può apparire, ostile a una parte significativa del popolo italiano. Deve trattarsi di una personalità di indiscusso prestigio e di riconosciuta competenza istituzionale».

Berlusconi, che al di là delle apparenze si sentiva tutelato da Napolitano, vuole avere le massime garanzie possibili di non essere lasciato solo di fronte ai magistrati che lo inquisiscono. Raggiungere un accordo soddisfacente sul nuovo Capo dello Stato significa assicurarsi (altri) sette anni di salvacondotto personale, contribuendo nondimeno a scegliere un custode gradito, e funzionale, all’establishment. Un pegno per sé stesso. Un paravento per tutti.

Del resto, così come avvenne nel novembre 2011 quando lui accettò di farsi da parte per lasciare mano libera a Monti, i suoi obiettivi sono compatibili con quelli dello statu quo. Vedi, ad esempio, il protrarsi della legislatura per il tempo necessario a screditare Grillo e a ridimensionarne il seguito: il potere di sciogliere le Camere è prerogativa del Quirinale, e c’è da scommettere che il suo nuovo inquilino non avrà troppa fretta di esercitarlo.



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