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Francia: nel 2014 congelati stipendi pubblici e pensioni

A differenza dell’Italia, che dopo le elezioni sta tornando a essere sotto stretta osservazione da parte della Ue e che percepita un po’ da tutti come un Paese a rischio, la Francia continua a godere di buona fama (o di buona immagine). Eppure, una volta che si vada al di là dei giudizi consolidati – consolidati al punto di scadere negli stereotipi – la situazione transalpina si rivela tutt’altro che ineccepibile.

La mancata crescita del Pil, infatti, va a influire negativamente sul suo rapporto col deficit, rendendo più difficoltoso il rientro in quel limite del 3 per cento che è tra i parametri fondamentali di Maastricht. Parametri che di per sé sono quanto mai opinabili, così come lo è la creazione stessa della moneta unica europea, ma con i quali bisogna giocoforza fare i conti. A meno, appunto, di rimettere in discussione l’intera impalcatura dell’euro. Per non dire, ancora più brutalmente, la sua stessa liceità tecnica, politica, e persino etica.

In un primo tempo la Francia, che a fine 2012 aveva un rapporto deficit-Pil del 4,8 per cento, si era prefissa di scendere sotto alla soglia massima entro il 2013, ma poi il presidente Hollande ha deciso di dilazionare la scadenza di un anno. In una fase di crescita, sia pure non elevata, questa proroga sarebbe stata un vantaggio. A fronte di una stagnazione, viceversa, diventa un handicap: perché, allo scopo di centrare l’obiettivo, bisogna tagliare la spesa pubblica.

Secondo Christian Noyer, il presidente della Banca centrale francese (BDF), l’ammontare è di circa quaranta miliardi. Per cui, parole sue, «occorre congelare tutte le pensioni, le prestazioni sociali e gli stipendi dei dipendenti pubblici». Il giornalista che lo stava intervistando lo ha messo sotto pressione, parlando a ragion veduta di una stagione di austerità che avvicinava la Francia alle nazioni del Sud Europa, e Noyer si è rifugiato in un classico espediente dialettico. Invece di riconoscere la gravità delle misure prospettate, le ha ridimensionate paragonandole ad altre ancora più negative: «L’austerità significherebbe ridurre le pensioni del 10 o del 15%, come hanno fatto certi Paesi europei. E noi questo noi non lo faremo».

Parametri di Maastricht a parte, comunque, a preoccupare è il quadro complessivo dell’economia francese. Sia pure più lentamente rispetto a diversi altri Stati, tra cui la Spagna o l’Italia, gli standard raggiunti in precedenza vanno peggiorando sia sul piano pubblico che su quello privato. Il debito statale è ormai salito al 90% e il Pil si è fermato, come abbiamo visto, nonostante il sostegno dovuto a un deficit che finora è stato (nettamente) superiore ai limiti, ma che dal 2014 dovrebbe tornare nei ranghi.

Anche per la Francia, quindi, stanno emergendo i vizi occulti del modello vigente. E la convinzione di uscire indenni dalla crisi si rivela sempre di più un’illusione.  

 

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