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IL MITO DEL GOVERNO CHE CI TIRERÀ FUORI DAI GUAI

Giorgio Squinzi ci riprova. Il presidente di Confindustria torna a lamentare lo stato di gravi e crescenti difficoltà in cui versano le aziende, che ormai chiudono al ritmo di una quarantina al giorno, e sollecita la formazione «immediata» di un nuovo governo. Il che, vista la situazione attuale, significa un governo di larghe intese, a seguito di un qualche tipo di accordo tra Pd e PdL.

Nel tentativo di dare maggior forza alle proprie parole, inoltre, Squinzi paventa il deflagrare del malcontento. La sua sottolineatura, concernente «una situazione che non può continuare per molto tempo senza sfociare in esplosioni sociali violente», sembra ineccepibile, ma al pari dell’altra, sull’urgenza di un esecutivo quand’anche di compromesso, non lo è per niente.

In entrambi i casi, infatti, il postulato sottinteso è che la stabilità di governo sia proficua di per sé stessa. E che, quindi, una volta usciti dall’odierna impasse parlamentare, si andrà certamente/automaticamente verso una fase positiva, in cui l’economia interna troverà nuovo slancio, il Pil riprenderà a salire, lo spread calerà, le finanze pubbliche si consolideranno, eccetera eccetera.

Insomma: il classico pacchetto, propagandistico, della Troika. Imperniato su una serie di mezze verità – nonché di diktat interi, e inderogabili – che dovrebbero indurre la popolazione a fare buon viso a cattivo gioco. Accettando delle condizioni assai più dure che in passato ma coltivando, tuttavia, la speranza di un ritrovato benessere. Finita la stagione dei diritti e del welfare di massa, che purtroppo non sono più sostenibili, ecco aprirsi quella della competizione individuale. All’insegna della cosiddetta meritocrazia, in chiave statunitense: nulla è garantito a priori ma chi si impegna a fondo può farcela. Specialmente se ha talento. Specialmente se ha fortuna. Specialmente se è capace di integrarsi a fondo nelle dinamiche, mutevoli, del momento.

Che ne sia del tutto consapevole oppure no, Squinzi si muove su queste direttrici. Le sue affermazioni andrebbero radiografate a una a una, in modo da costringerlo ad abbandonare il comodo riparo dei luoghi comuni. O, appunto, delle mezze verità.

Prendiamo la questione del governo, ad esempio. Un conto è dire che la sua persistenza mancanza sia un fattore negativo, e un altro è concludere che, di contro, ci farà bene averne uno di qualsiasi genere. Squinzi, del resto, non è che sia proprio favorevole a un esecutivo “di qualsiasi genere”. Ciò che egli auspica è comunque una riedizione, con un po’ di rigore in meno e un po’ di investimenti in più, del governo Monti. E se caldeggia le larghe intese, innanzitutto fra Pd e PdL ma possibilmente con il sostegno di Scelta Civica e dei residui dell’Udc, è nel presupposto che le linee guida siano obbligate.

La sua aspettativa, in altre parole, è che l’apparato industriale da lui rappresentato abbia qualcosa da guadagnare, procedendo in tale direzione. E per quanto le incognite non manchino anche a questo riguardo, a cominciare dal nodo fondamentale del credito bancario ridotto ai minimi termini, è un calcolo verosimile: se le uscite pubbliche calano, sui versanti degli interessi sul debito e della spesa sociale, si liberano risorse per abbassare le imposte e incentivare le attività produttive, vedi le infrastrutture. Allo stesso tempo, si profilano ampie privatizzazioni, liberalizzazioni assortite, e ulteriori assottigliamenti delle tutele contrattuali dei lavoratori.

La scommessa di Squinzi, e dei molti altri che oggi sbandierano gli effetti della crisi per imporre le loro ricette neoliberiste, è che a spegnere le tensioni sociali basterà quel tanto di occupazione che si otterrà uscendo dal periodo più spiccatamente recessivo. Nessuna solidarietà autentica, dunque, ma un’ulteriore forma di sfruttamento, a metà strada tra economia e politica. In nome dei poveri, che potrebbero dare di matto, si chiede/esige un rafforzamento delle imprese, che come sempre terranno per sé la massima parte dei profitti e si limiteranno a spandere le briciole dei salari.

Più che di larghe intese, bisognerebbe parlare di larghi interessi: non così larghi, però, da ricomprendere l’intero popolo italiano.  


 

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