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Egemonia Usa: apre la Dal Molin. Dignità perduta

Ricordate la base Usa all’ex aeroporto Dal Molin di Vicenza? Apre il 5 maggio prossimo, con contorno di fisiologica, scontata e ormai inutile protesta di quel che resta del fu movimento No Dal Molin. 

Si può compensare o ridurre il danno rappresentato dalla più grande base militare statunitense in Europa al posto di una pista aerea, tolta d’imperio alla città da uno Stato che si priva di un’area di sua proprietà per obbedire ai desiderata di una potenza straniera? Per un cittadino che non voglia rassegnarsi alla condizione di suddito, la risposta non può essere che no. La nuova caserma a stelle e strisce era e resta un clamoroso abuso. Anzitutto, di sovranità nazionale: l’Italia, governata indifferentemente dalla destra o dalla sinistra, ha concesso una porzione di territorio a Washington che vi installa truppe e armamenti usati per guerre americane (Afghanistan). In secondo luogo, di sovranità locale, perché Roma non ha riconosciuto alcun diritto di autodeterminazione alla popolazione vicentina negandole finanche una semplice consultazione (avvenuta comunque in modo autogestito, senza valore legale), e questo in base a un’inesistente natura di “difesa nazionale” attribuita a un insediamento interamente extraterritoriale. Infine, è stato uno stupro di democrazia - la tanto decantata democrazia - perché a vent’anni dalla fine della Guerra Fredda, il trattato bilaterale del 1955 che ha dato legittimità formale al via libera italiano è coperto da un anacronistico segreto che ha reso impossibile qualsiasi trasparenza sui lavori, sulle conseguenze ambientali, su eventuali dotazioni belliche, e che soprattutto nega agli italiani tutti di poter rifiutare, se lo volessero, genuflessioni così umilianti. 

Un minimo senso di responsabilità imporrebbe che l’area lasciata libera dal diktat statunitense fosse stata trasferita al patrimonio comunale come risarcimento quanto meno simbolico alla calpestata Vicenza, e poi  che i soldi per le opere di sostenibilità urbanistica fossero garantiti dagli Americani. Ma c’è il fatto che gli Stati Uniti non sborsano un dollaro per nulla al di fuori del perimetro delle loro basi. Questo è il mesto epilogo di una lotta che era stata un punto di riferimento per l’orgoglio nazionale, democratico e localista. Almeno lo è stata fino a quando i No Dal Molin, succubi del riflesso pavloviano a sinistra, non l’hanno consegnata nelle mani di un abile politicante come il sindaco Achille Variati (Pd), che l’ha cavalcata e poi scaricata. 

Al netto della sfacciata protervia di Roma, che tratta le comunità locali come seccatori e nemici interni (il commissario governativo, Paolo Costa del Pd, disse che bisognava «reprimere il dissenso», sic), l’impostazione del fronte contrario alla base ha scontato errori strategici e limiti ideologici di fondo. Il No Dal Molin si è sviluppato secondo due direttrici: quella dell’insurrezione locale, che adduce ottimi argomenti tecnici, di disagio urbano, lambendo motivazioni di tipo federalista (la ripresa del motto paròni a casa nostra, rinnegato da una Lega favorevolissima alla Ederle bis in nome degli schei); e quella della contestazione pacifista, derivata da una visione cattolica o di estrema sinistra (no alla “base di guerra”). Le argomentazioni “di destra”, ad esempio di un Sergio Romano che stigmatizza la colonizzazione militare americana perché antistorica e lesiva dell’orgoglio nazionale, sono state acquisite ma lasciate ai margini. Ciò di cui non c’è traccia è quel salto di qualità intellettuale e politico che da tutti questi diversi “no” giunge ad una riflessione unificante e davvero utile. 

Andiamo con ordine. Il localismo viene tradotto dagli araldi del pensiero unico con l’effetto nimby: “not in my back yard”, non nel mio giardino. Basi militari, linee dell’alta velocità ferroviaria, rigassificatori, autostrade, tutte le infrastrutture volute dai giganti della politica e dell’economia troverebbero il rifiuto delle popolazioni interessate perché queste sarebbero egoiste e affette dalla sindrome del particulare. Fesserie. “Localismo” è tutt’altro che una parolaccia. È la sana presa di coscienza della gente in carne e ossa contro la globalizzazione, un mostro obbediente ai bisogni di crescita e potenza, in questo caso, dei governi occidentali appiattiti sui diktat di Washington. È la riscoperta del diritto all’autodeterminazione a partire dai veri bisogni, tanto più veri, reali e sentiti quanto più vicini e calati nel proprio vissuto. Cioè bisogni eminentemente locali. Ma questo è un discorso no global per antonomasia, e investe il giudizio sull’ordinamento politico in generale. È democratica una democrazia che non tiene conto della volontà dei territori? Fa l’interesse del nostro popolo un regime assuefatto ai dogmi della Nato (a che serve, se il Patto di Varsavia non esiste più?), della sudditanza agli Usa (a quando un’Europa indipendente?), dell’occupazione da parte di un esercito straniero (quando scade il mutuo per averci liberato dai nazisti)? Che diavolo di rappresentatività ha un meccanismo per cui i partiti tengono in ostaggio la sovranità popolare e poi fanno quello che gli pare, con un Pd vicentino contrario – a parole - alla base, e un Pd nazionale che se ne fregava e se ne frega, perché è favorevole tanto quanto gli avversari-compari di centrodestra e ci mangia attraverso le coop ex rosse vincitrici dell’appalto? 

Qui è in gioco qualcosa di non negoziabile: la dignità. Nel luglio 2009 scrissi un Appello sul giornale locale per cui scrivevo che si richiamava a questo valore ormai desueto, di contro al trafficare bavoso di manifesti e petizioni che a Vicenza si rincorrevano per reclamare grottesche contropartite economiche. Un liberal-conservatore vecchio stampo come Romano ebbe a scriverlo a chiare lettere: «credo che vi siano beni, nella vita di un Paese, che non possono essere misurati con il metro del denaro» (Corriere della Sera, 16 ottobre 2006). 

Ma siccome essere semplicemente a favore della dignità della propria terra non fa fino, si tira fuori il pacifismo. Buono per tutte le stagioni, pio quanto basta per assolversi da ogni altro peccato, l’argomento della “pace” è il secondo, più incisivo filone della contestazione cominciata nel 2005 e dissoltasi nel 2009. Magari condito con i vecchi fumi dell’ideologia marxista (i lavoratori contro l’America capitalista), fa breccia, perché essere per la pace è come dire “viva la mamma”, e in più offre il vantaggio rassicurante del dejà vu: ah, com’erano belle le marce contro l’invasione del Vietnam! Anche qui: siamo fuori strada. Non bisogna essere pacifisti per essere contrari. Bisogna solo conservare amor proprio e riconoscere che il modello di società importato dall’America ci ha reso schiavi. Altro che balle, altro che democrazia. Per mantenere il po’ po’ di profitti e consumi su cui si mal regge l’Impero Usa, il Pentagono deve provvedere a controllare il mondo come fosse, questo sì, il giardino di Casa (Bianca). È nel nostro interesse ribellarsi all’imperialismo statunitense, essendo questo il cavallo di troia di uno Sviluppo che ci si ritorce contro e che ha l’arroganza di “liberare” a furia di bombe quelle restanti parti di mondo che ancora gli resistono.

Per dirla chiara: ai No Base, come purtroppo a tutti i No sparsi per la penisola, fa difetto quella che una volta si sarebbe chiamata “elaborazione culturale”. Non ci si è mossi di un millimetro dalle proprie spiegazioni che non spiegano più niente. Non è la base militare il problema. Il problema è che non ci si mobilita contro il sistema, globalizzante e anti-democratico, che la fa piovere dall’alto. I No Dal Molin rimasti, sostanzialmente i Disobbedienti locali, agitano come un trofeo il Parco della Pace adiacente alla base. Vero, ma che vittoria è? Basta appiccicare l’etichetta della “pace” ad un parco e la rivolta stessa non sarà servita a niente. Perché mica ci vorranno far bere sul serio la fiaba che un po’ di verde farebbe cadere i “muri di tutte le basi militari del mondo”, come è stato detto con caramellosa retorica arcobaleno. A Vicenza si è consumata una solenne sconfitta per l’arcipelago dei No alla macchina tritatutto del dio Sviluppo: questa è la triste verità.

Alessio Mannino

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