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Cassa integrazione: allarme Cgil, ma finisce lì

Susanna Camusso fa un po’ di conti, sull’ennesimo rinvio dell’uscita dalla recessione, e prospetta un ulteriore rischio: quello che non ci siano i fondi per finanziare le nuove richieste di Cassa integrazione in deroga, lasciando senza sussidi mezzo milione di lavoratori.

La previsione è verosimile. E come al solito è il risultato, fatale, dell’intrecciarsi delle molteplici debolezze della situazione italiana, presa in mezzo tra le difficoltà del sistema produttivo e quelle dei conti pubblici. Le imprese boccheggiano e invocano gli ammortizzatori sociali, per non licenziare in tronco i dipendenti di cui non hanno bisogno. Lo Stato, che Monti ha imprigionato nella gabbia del pareggio di bilancio, si arrocca sulle proprie necessità contabili e ha sempre meno risorse da mettere in campo per sostenere le aziende, vedi la scandalosa vicenda dei debiti che non vengono onorati. E vedi, come abbiamo denunciato a fine marzo, l’incombente tracollo dell’Inps.

La segretaria nazionale delle Cgil si fa bella rivendicando il merito di aver avvisato il Governo già nel dicembre scorso: «Non prevedete una riduzione della spesa sulla Cig in deroga perché ne avremo bisogno». Una facile profezia che oggi viene rilanciata, accoppiandola a un altro scenario allarmante: «In qualche Regione siamo già arrivati all'esaurimento dei fondi e non è neanche detto che in alcune regioni si arrivi a giugno».

Al di là di questi allarmi, però, la Camusso ha da suggerire ben poco. Anche se lei si riempie la bocca di dichiarazioni che, in perfetto stile sindacale (quella povera cosa che è il sindacato in Italia), miscelano idealità e pragmatismo, siamo appunto nell’ambito delle chiacchiere. Mobilitazioni “epocali” e diluvi di auspici, salvo poi avallare i cambiamenti strutturali che stanno abbattendo, a una a una, le tutele conquistate in passato.

«Cgil, Cisl e Uil hanno il problema di mobilitarsi e di dare voce al lavoro, alle tante preoccupazioni, di riunificare le tante disperazioni. Bisogna lavorare per una grande iniziativa di Cgil, Cisl e Uil». Una riproposizione della Triplice che presupporrebbe un chiarimento sui ripetuti dissidi degli ultimi anni: è la Cgil che si avvicina a Cisl e Uil, o è il contrario? O si sta profilando una sintesi a metà strada?

Domande quasi retoriche. E inevitabilmente sarcastiche. Basta sentire come la leader Cgil bacchetta il capo della Fiom, Maurizio Landini, che ha appena detto no al patto con Confindustria: «Penso che questa sia una stagione in cui bisognerebbe ascoltarsi. Molte delle cose che ho letto nell'intervista di Landini dimostrano che non ha ascoltato le cose che abbiamo detto in questi giorni, a partire dalla redistribuzione del lavoro. La storia di questi anni pesa molto, una storia di lacerazioni e di ferite ancora aperte. Ma proprio per questo andrebbe condiviso il fatto che bisogna ridefinire delle regole del gioco, sennò non si va mai avanti e il conto lo stanno già pagando i lavoratori. Avere una voce che ripropone il tema del lavoro non è più rinviabile».

Ma Landini, che pure porta su di sé tutte le ambiguità dei legami col centrosinistra in chiave Pd, aveva mosso dei rilievi precisi, e per nulla infondati: a suo giudizio il suddetto patto, che spaccia per alleanza quella che in realtà è una sottomissione strategica dei sindacati agli interessi delle imprese, è «una scelta dettata dalla paura, una fuga dalla realtà. Bisognerebbe avere coraggio: non fare patti senza senso bensì accordi innovativi trovando mediazioni e scambi possibili. I patti firmati nel passato, anche senza la Cgil, hanno portato al governo Berlusconi e poi al governo Monti. E chi ha pagato le loro politiche? I lavoratori. Loro fanno i patti e i lavoratori pagano».

Ciò di cui c’è bisogno, quindi, non è di questo o quell’allarme specifico, ma di un’analisi corretta delle cause della crisi. E, ancora prima, dell’affermarsi delle spinte neoliberiste. Un compito, una funzione, una responsabilità, che la Cgil – storicamente – ha rinunciato ad assumere.   

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