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Stravinskij: l’occasione perduta del Rito di Primavera

Si può aver paura di suonare un brano musicale? Sì, si può. Accadeva un centinaio di anni fa. “Le Sacre du Printemps”, il Rito di primavera, composto da Igor Stravinskij, alla sua prima esecuzione generò un tale spiazzamento da far insorgere addirittura liti e risse tra il pubblico. Per anni le orchestre ebbero timore a suonarlo. 

Nel maggio 1913, alla sua prima esecuzione, la musica per balletto del compositore russo, risultò ostica. Nessuno nel pubblico sapeva a quale esperienza uditiva sarebbe andato incontro. Ne è testimone la critica dell’epoca, che, disorientata, discusse su quale strumento mai intonasse le prime note, se un oboe, una tromba con sordina o un clarinetto. Solo l’autore svelò poi che si trattava di un fagotto spinto sulle note più alte. Una grammatica musicale che, ebbe a dire Stravinskij, soltanto Maurice Ravel, l’autore dell’inflazionato “Boléro”, fu in grado di capire appieno. Il resto degli ascoltatori, ancora ancorati a una tradizione musicale conformista, non riuscirono a riconoscere una singola nota suonata da un qualunque strumento dell’orchestra.

Tutto fu quasi pianificato dal furbo impresario teatrale russo Sergej Djaghilev, che organizzò la serata al prestigioso Nouveau Téatre des Champs-Elysées secondo modalità oggi consuete, ossia circondando un brano di nuovissima e avanguardistica concezione come “Le Sacre du Printemps”, di brani orecchiabili, consueti e noti al grande pubblico. Titoli noti per i maggiori critici francesi del tempo e per l’alta società che poté permettersi il biglietto a teatro. E che, al risuonare della musica di Stravinskij, ebbe le reazioni più disparate, alcune anche scomposte. L’allora famosa contessa di Pourtales fu udita dire, con indignazione: «ho 60 anni, e in tutto questo tempo nessuno ha mai osato prendermi in giro in questo modo».

Le cronache riportano che questa fu la reazione più moderata alla prima esecuzione. Testimoni parlano di persone che si prendevano a pugni sulla testa, e a due vicini di palco che finirono per litigare così furiosamente da rendere necessario un duello chiarificatore il giorno dopo. Quella delle risse nei teatri parigini era quasi una consuetudine. Era capitato già, per esempio, alla prima dell’Ernani di Verdi, opera tratta da Victor Hugo, o alla prima del Tannhäuser di Wagner. Nel primo caso i parigini non tollerarono la gestione che Verdi aveva fatto della storia, nel secondo non perdonarono al compositore tedesco di aver messo un balletto nel primo atto invece che nel secondo, come invece era consuetudine.

“Le Sacre du Printemps” però generò tumulti più grandi, perché sconvolgeva la tessitura sonora, da un lato, e dall’altro introduceva nella cultura e tradizione musicale europea occidentale stilemi ed elaborazioni tratti direttamente dal più profondo e radicato folklore russo e slavo in generale. Un’operazione che raramente i compositori dell’est, fatto salvo qualche autore audace e forte del proprio prestigio, avevano osato. Anzi adeguando la propria musica al gusto occidentale, in parte essendone affascinati, in parte per compiacenza (basti pensare alla declinazione yankee della Sinfonia n.9 “Dal Nuovo Mondo” di Antonin Dvořàk).

Ma non è solo questo. Stravinskij era un coraggioso avanguardista, all’epoca. La sovversione della grammatica e dell’espressività musicale convenzionalmente ritenute ideali a quei tempi era quasi un suo manifesto artistico. Con “Le Sacre du Printemps” prese e sviluppò, ad esempio, ciò che altri autori prima di lui avevano già timidamente tentato, ossia l’utilizzo di tempi e ritmiche del tutto inusuali in un contesto dove l’orecchio accettava a malapena il 4/4, il 2/4, il 3/4 e, con uno sforzo non indifferente, i 5/4. Ebbene, l’opera del compositore russo si presentò all’audience con una sequenza terrificante e velocissima di ritmiche in 7/4, 11/4 ed altre bizzarrie che sconvolsero pubblico, critica e il loro conformismo.

“Insignificante”. “Una tessitura di scarti musicali”. “Incomprensibile e spregevole”. Così venne battezzata la musica di Stravinskij dalla stampa, dopo la prima. «Il giovane compositore russo sarà bene che si metta al lavoro seriamente», rampognò la severa pubblicazione “Mercure de France”. Una reazione consueta quando il genio arriva a rompere il conformismo dei gusti e a dare innovazione alla cultura, mostrando i suoi limiti e rompendone le catene. I giudizi critici sull’altrettanto sovversiva Nona Sinfonia di Beethoven, ad esempio, furono ancora più violenti.

Stravinskij si collocò in una scia di innovazione musicale che, in quel periodo, e fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, osò l’inosabile, spesso riuscendoci, per spingere l’orecchio, l’intelletto del pubblico, e così la cultura diffusa, oltre i confini di un conformismo musicale già timidamente forzato in precedenza, e che aveva esaurito la sua forza espressiva. “Il Rito di Primavera” evocava una primavera anche nella cultura musicale. Una primavera che fiorì rigogliosa per qualche decennio. Dopo di che, subito dopo il 1945, si verificò lo scollamento: la musica divenne un’industria, con la connessa necessità di vendite di massa. Composizioni che forzino la mente dell’ascoltatore ad evolvere vendono poco, rispetto a piccole bagatelle utili per il consumo immediato.

Lì comincia il grande inverno della grande musica, che si inabissa in una sempre più ristretta nicchia di pochi coraggiosi ascoltatori, al netto dei sempre troppo numerosi snob. La “musica d’arte” da quel momento diventa roba da carbonari dall’orecchio audace, mentre in superficie canzonettari e industria veleggiano tra denaro a fiumi e prodotti di immediato consumo, incapaci di lasciare traccia non solo nella storia ma anche solo nell’intelletto dell’ascoltatore.

Se proprio si vuole vedere ottimisticamente il quadro, la coraggiosa Primavera musicale di Stravinskij, una volta che la grande musica abbandona la zavorra del confronto con il grande pubblico, ha continuato a marciare per le sue vie carsiche, spingendosi oltre i confini del concepibile. E mentre l’audience globale regrediva a uno stato pre-primitivo nella sua capacità di ascolto e percezione intellettuale della musica, autori e compositori oggi si sono evoluti arrivando anni luce lontano. Là dove probabilmente Stravinskij intravedeva l’estate luminosa della sua Primavera.

Davide Stasi


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