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Oltre 8.000 casi di cancro al giorno in Cina

"Santo cielo, i cinesi da soli sono poco meno di un miliardo e mezzo!" Questa una delle argomentazioni che fanno parte del carnet terroristico anticinese utilizzato ampiamente dal mondo occidentale, dai suoi media e dalla gente comune. Il mito del “pericolo giallo” viaggia anche sul numero di persone su cui Pechino può contare nel suo obiettivo di prendere possesso del mondo. Eppure è un pericolo che sta andando incontro a un ridimensionamento gradualmente sempre più sensibile. Per motivi endogeni, tra l’altro. La grande ed emergente (ma ormai già più che pienamente emersa) potenza industriale globale sta divorando se stessa.

È infatti ufficiale: la piaga del cancro è ormai il centro stesso di una vera crisi sanitaria in Cina. Secondo il rapporto 2012 del “China Cancer Census”, infatti, in Cina a sei pazienti viene diagnosticato un cancro ogni minuto. A conti fatti fa più di 8.500 nuovi pazienti oncologici al giorno. Destinati, nel 13% dei casi, a morire per la patologia tumorale. Gli esperti, rasentando il confine dell’ovvio, sostengono che questa esplosione delle malattie neoplastiche sia il risultato dell’inquinamento ambientale, diventato devastante in Cina negli ultimi decenni di crescita.

Il report del “China Cancer Census” è stato pubblicato in gennaio ma, comprensibilmente, proprio per i collegamenti che le sue conclusioni hanno con il modello di sviluppo cinese, non ha ricevuto una gran copertura mediatica. Giornali e TV erano troppo impegnati a raccontare il congresso del Partito Nazionale del Popolo e altre questioni politiche interne. Solo mesi dopo, e ancora oggi, il rapporto ha trovato un suo canale di esposizione, suscitando un dibattito acceso, che ha imposto appunto la definizione di “crisi sanitaria” per l’intero paese.

Una crisi tragicamente testimoniata dai dati di dettaglio proveniente dalle varie regioni e dai villaggi. Alcuni dei quali denominati dalle autorità stesse “villaggi del cancro”, non solo per l’incidenza della malattia tra la popolazione, ma perché nei loro pressi è stata rilevata la presenza di più di 3.000 tipi di sostanze chimiche tossiche. Il censimento di questi villaggi indica la cifra di 459 luoghi dove l’incidenza dei tumori è enormemente oltre la norma, ossia di più del 10%, quando va bene (nei paesi occidentali la media è del 3%). A Zhai Wan Cun, nella provincia di Hubei, ad esempio, l’incidenza di malattie neoplastiche è ottanta volte quella della media nazionale. Dei 3.000 cittadini che vi abitano, 100 sono morti di cancro tra il 2003 e il 2006.

Il tumore più diffuso e mortale è quello ai polmoni, specie per la popolazione maschile, seguito da quello allo stomaco, al colon, al fegato e all’esofago. Nella sola Pechino, dove di recente le autorità hanno chiesto ai cittadini di non uscire, a fronte della cappa di smog che stagnava sulla città, il tumore ai polmoni è cresciuto del 56% in nove anni. Per qualche motivo che è ancora allo studio, le tipologie tumorali si ripartiscono il territorio, con incidenze diversificate tra le aree urbane e rurali, tra le zone costiere e quelle interne.

Ben più chiare sono le cause generali del fenomeno. Geoff Hiscock, ricercatore al Centro studi su India, Cina e America, sostiene che il gigante orientale è diventato la fabbrica del mondo dando in cambio il proprio equilibrio ambientale. La quasi totalità dei cinesi non usufruisce di cibo salutare, acqua e aria pulite. Il quadro dello studioso è quasi apocalittico: «Pechino e gran parte delle zone nord orientali hanno patito carenza d’acqua. Città interne come Chongqing e Chengdu sono note per l’infima qualità della loro aria. I terreni coltivabili sono stati irreparabilmente inquinati da scarti tossici dalle miniere e dalle fabbriche. Il sud della Cina è stato piagato dalle piogge acide, per non parlare degli allevamenti falcidiati da malattie e dal cibo pessimo, quasi avvelenato».

Secondo rilevazioni ufficiali, il 50% dell’acqua è non potabile, in Cina. L’ultra-fertilizzazione dei terreni, oltre a creare un peggioramento della qualità della terra, ha determinato il defluire di prodotti chimici nei corsi d’acqua, generando una proliferazione di alghe tossiche. In un circolo vizioso infernale, le frequenti siccità non permettono al microclima una qualche forma di ricambio e sollievo, consentendo l’accumulo senza fine di rifiuti tossici nell’ambiente.

Tutte questioni note, più o meno, anche se le proporzioni della catastrofe ambientale e sanitaria cinese non erano note con precisione. Con la pubblicazione dei report scientifici, i contorni della questione sembrano più chiari, tanto da spingere le autorità ad ammettere il problema, iniziando ad occuparsene attivamente. Non certamente per tutela della popolazione o per una qualche forma di cura verso l’ambiente in generale, bensì per mero calcolo. Il costo di questa degenerazione spaventosa è stato calcolato in 160 miliardi di dollari all’anno. Una cifra in costante crescita. Ed è questo, più che altro, che sa muovendo i decisori cinesi ad ammettere, prima, e a cercare poi una soluzione al problema, che in breve potrebbe arrivare a decimare la propria popolazione. Troppo indispensabile al sistema produttivo per lasciarla divorare da un’epidemia di cancro.

Davide Stasi

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Rassegna stampa di ieri (16/04/2013)