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Pensioni: gli aggiornamenti, inutili, dell’Istat

Lasciamo perdere i valori medi, che in un caso come questo sono pressoché inutili, e concentriamoci su quelli davvero significativi. Quelli che ci dicono, a cura dell’Istat, che nel 2011 7,4 milioni di cittadini italiani, pari al 44,1% dei pensionati, ha percepito assegni mensili sotto i mille euro, mentre per 2,2 milioni, equivalenti al 13,3% del totale, l’ammontare è stato inferiore a 500.

Di fronte a importi di questo genere, che del resto sono ormai in linea con gli stipendi di un numero crescente di persone, e in particolare dei giovani, la domanda che ci si deve porre è tanto drastica quanto lapalissiana: come tirano avanti, coloro i quali non hanno altri introiti? Con quali rinunce? Con quali rischi, immediati o futuri, per la propria salute, innanzitutto fisica ma anche mentale?

Il vero monitoraggio che si dovrebbe condurre, infatti, non è quello sulle cifre, ma sulla loro congruità, o meno, rispetto alle necessità della vita reale. Altrimenti le rilevazioni statistiche, e la loro diffusione mediatica, rimangono un esercizio sterile. O addirittura nocivo, nel dare la falsa impressione che qualcuno ne terrà conto.

Certo: nel profilarsi di un’implosione dell’Inps, che tra le altre cose risente di tutti gli arretramenti che si sono verificati nel mondo del lavoro (disoccupazione, precarizzazione, calo/crollo dei salari), può sembrare che sia già molto ricevere una pensione, ancorché modesta o persino esigua. Ma il punto non è fare una classifica del peggio, fino a concludere che sia una fortuna essere aggrappati a un relitto anziché abbandonati a sé stessi in mezzo ai flutti.

Il punto – e qui sul Ribelle lo andiamo sollecitando da anni – è elaborare dei modelli dettagliati sul tipo di società al quale andiamo incontro. Scenari accurati che chiariscano come, da parte delle diverse (diverse?) forze politiche, si intenda orientare la creazione e la distribuzione della ricchezza, di qui a cinque, a dieci, a venti anni.

Sempre che questo approccio non appaia esageratamente statalista, e si preferisca invece continuare con quello Istat-alista: che aggiorna all’infinito i suoi dati, e poi se ne fotte.

(fz)


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