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Germania: l'aria di crisi si fa pesante

E alla fine anche gli altri si accorgono che la Germania rallenta. I dati erano evidenti da tempo, da quando abbiamo iniziato ad aggiornare sulla situazione sociale in crescente fermento, con l'aumento degli scioperi, a quando abbiamo riportato gli enormi problemi pensionistici dietro l'angolo a quando abbiamo rilevato la falsa occupazione dei "mini jobs" (qui). Sino, ovviamente, ai dati duri e puri.

Lasciamo perdere, almeno per ora, lo spread e il fatto che i Bund tedeschi siano presi come riferimento: tutto il resto d'Europa è in picchiata, e se la Germania ancora tiene, il tutto lo si deve al motivo che l'Euro imposto a tutti è di fatto un Marco tedesco mascherato. Come sappiamo.

Siccome la crisi attuale è sistemica, come continuiamo a ripetere da sempre, era evidente che o prima o poi essa si sarebbe abbattuta anche su chi pretende di trarne il meglio. Al di là della finta occupazione e del fatto che tra non molto i problemi pensionistici si faranno vedere in tutta la loro crudezza sociale, quelle che sono state sbandierate come "le grandi riforme dei primi anni Duemila che la Germania ha fatto e che ora le stanno dando il successo che ha", sono fandonie.

Per quanto possa essere in posizione dominante con l'Euro, per quanto possa pagare pochissimi interessi sui titoli di Stato che emette, per quanto possa abbassare i salari dei lavoratori e per quanto possa tagliare il welfare, anche i prodotti tedeschi devono scontrarsi con la competitività della Cina, inarrivabile anche per la Germania stessa. E poi, ovviamente, quei prodotti che esporta devono pur essere acquistati da qualcuno. Ora, quei qualcuno non hanno più denaro neanche per comperare le "solide e pluripremiate vetture tedesche". E i dati economici, appunto, non possono che risentirne.

Le stime di crescita sono state tagliate per l'anno in corso, dall'1 allo 0.8%, e prevedono una ripresa dell'1,9 nel 2014. Ma sono stime, appunto. A livello interno Berlino stima uno 0,4% di crescita quest'anno e un rotondo e speranzoso 1,6% per il prossimo. Ancora: sono solo stime. Intanto i dati reali parlano d'altro. Anche in merito al settore delle automobili, ad esempio, lo scorso marzo è avvenuto il sorpasso del Regno Unito proprio ai danni dei tedeschi.

I mercati se ne sono accorti (ieri Francoforte ha chiuso a -2%) ma soprattutto, e questo è indicativo, iniziano a girare voci di un declassamento del rating (oggi Moody's ha confermato comunque la tripla A). Il che, lo diciamo di passaggio, avrebbe ripercussioni, ovviamente, anche sul differenziale degli altri Paesi tra i quali il nostro.

Ma ancora. La Germania si trova nel bel mezzo di una serie notevole di problematiche politiche, come abbiamo riportato ieri, nei confronti del suo rapporto con le decisioni europee (qui). Oltre al fatto che inizino sempre con maggiore insistenza a farsi avanti mozioni decisamente anti europeiste (qui). E le elezioni interne non sono poi così lontane.

Non solo, dunque, è ora accerchiata da tutti gli altri Paesi europei in forte crisi - crisi che la Germania stessa ha contribuito ad acuire sia con il suo vantaggio sull'Euro (come ha dimostrato definitivamente, tra gli altri, Alberto Bagnai nel suo Il Tramonto dell'Euro) sia con l'imposizione dell'austerità - ma inizia seriamente ad esserne contagiata. 

Riportiamo infine alcune riflessioni di Ugo Gaudenzi, in merito alla Germania, che ci sentiamo di condividere e che comunque sono utili a vedere le cose da un altro punto di vista:

1) La Repubblica federale tedesca è “federale” perché così hanno deciso i vincitori della II guerra mondiale.

2) La Rft è una locomotiva economica (atlantica) del continente perché questo è il ruolo a suo tempo affidatole dalle stesse potenze e dagli stessi centri di dominio mondiale. Soprattutto, allora, per mettere all’angolino quella Francia di Charles De Gaulle che si era permessa di contestare l’egemonia atlantica, angloamericana, uscendo dalla Nato e restituendo al mittente che i pezzi di carta verde, stampati a profusione dalla Fed, che avevano invaso il pianeta senza corrispettivi, né in oro, né in produzione.

3) La Rft è, oggi, una locomotiva finanziaria perché così vogliono i soliti centri di dominio planetari. La borsa di “Francoforte” è in realtà una “borsa atlantica”; la “Banca Centrale Europea” piazzata sempre a Francoforte è in realtà un fedele cagnolino della grande finanza internazionale (atlantica) che ne guida da New York e da Londra ogni mossa, anche attraverso la “banca Spectre” del monetarismo imperialista: la Bri, quella dei “regolamenti internazionali”.

4) La Rft non è oggi un “gigante politico”. Resta un gigante economico - drogato - e un “nano politico”. Tal quale il Giappone o, mutatis mutandis, l’Italia. Non a caso le tre nazioni dell’asse a suo tempo sconfitte dagli invasori “alleati”.

Qui alcuni articoli dal nostro archivio, in merito alla Germania.

 

 

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