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SANITÀ PRIVATA: IN INGHILTERRA È SCATTATA IERI

Lo si potrebbe chiamare “il virus statunitense”, per assonanza col tema medico. Ovvero, fuor di metafora, la privatizzazione dei servizi sanitari, che negli USA è la norma e che scarica sui cittadini il costo delle cure di cui hanno bisogno nel corso delle loro vite.

Oltreoceano, infatti, la regola generale è che ognuno se la cavi da solo, sottoscrivendo la polizza assicurativa che si può permettere, con coperture assai variabili a seconda del premio, e sperando di non trovarsi mai in una situazione talmente grave da esigere delle cure che vadano al di là di ciò che è previsto dal contratto. Esclusa questa eventuale “autosufficienza”, che ovviamente diventa ancora più difficile in tempi di crisi occupazionale e di salari ribassati, non resta che affidarsi ai programmi di assistenza pubblica, peraltro assai limitati e tuttora osteggiati dai moltissimi, innanzitutto repubblicani, che sono contrari in linea di principio a finanziare il welfare a suon di tasse.

In Inghilterra, o per meglio dire nel Regno Unito, non sono ancora arrivati a tanto, ma il cambiamento che da ieri ha cominciato a essere operativo è epocale. E inquietante. Benché gli oneri rimangano a carico della collettività, d’ora in avanti le prestazioni del National Health Service verranno erogate, sempre più spesso, da aziende private.

Come ha riportato Gavino Maciocco in un articolo pubblicato dall’Unità (qui), oltre un anno fa il progetto di riforma indusse centinaia di professionisti del settore a rivolgere un vero e proprio appello ai politici, dicendosi «angosciati» e spiegando senza mezzi termini che si andava incontro a «un danno irreparabile al servizio sanitario nazionale, ai singoli pazienti e alla società nel suo complesso. La salute sarà così fortemente commercializzata da frammentare l’assistenza dei pazienti, aggravare i rischi per la sicurezza dei pazienti, erodere l’etica medica e la fiducia nel sistema sanitario, allargare le diseguaglianze nella salute, sprecare molti soldi nel tentativo di regolare la competizione, minare la capacità del sistema sanitario di rispondere efficacemente alle epidemie e alle altre emergenze di sanità pubblica».

Lucy Reynold, della London School of Hygiene and Tropical Medicine, centra ancora meglio il cuore del problema: «nel settore pubblico i medici cercano di avere finanziamenti adeguati per rispondere in maniera adeguata ai bisogni dei loro pazienti. L’obiettivo è la cura e i soldi sono un mezzo per raggiungerlo. Quando invece ti trovi nel settore privato la compagnia si pone l’obiettivo di fare soldi, la priorità è quella di distribuire i dividendi ai soci».

Un'altra di quelle “riforme”, dunque, che sono in effetti delle rivoluzioni, o piuttosto delle colossali restaurazioni, in chiave neoliberista. Un avvenimento che non può non ricordare le frasi, sommamente ambigue, utilizzate da Mario Monti nel dicembre scorso (qui), e in qualche modo avallate da Napolitano nei giorni successivi. Un altro di quei precedenti, vedi la rapina legalizzata ai danni dei correntisti delle banche cipriote, che devono suonare come un campanello d’allarme anche fuori dai confini della nazione europea che si ritrova (per prima) a subire l’attacco.

Di nuovo, vedi il terribile decennio della Thatcher dal 1979 al 1990, il focolaio dell’infezione si accende in Inghilterra. In attesa di espandersi anche altrove, non appena le difese immunitarie dei diritti sociali si saranno convenientemente abbassate.

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