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AMATO O NON AMATO, IL GOVERNO SARÀ DI NATURA TECNICA

Roba di due giorni fa: senza alcun bisogno di aspettare il ri-giuramento di Napolitano, e il relativo discorso che sarebbe bene non esaurire nella ramanzina ai partiti, scrivevamo che «il governo pseudo tecnico si avvia a trasformarsi in governo pseudo politico». E precisavamo che si tratta di una strategia «pianificata da tempo».

Oggi che è in arrivo la scelta del presidente del Consiglio, con grandissima parte dei commenti focalizzati sul toto-premier e sul toto-ministri, può valere la pena di spiegare meglio il concetto. In modo da chiarire fino in fondo come questa contrapposizione fra “tecnici” e “politici” sia fuorviante.

La distinzione abituale, e formale, si basa infatti sui trascorsi di chi presiede l’esecutivo o è chiamato a farne parte. Mario Monti & C., nel novembre 2011, sono stati accreditati come tecnici in quanto non provenivano direttamente dal mondo dei partiti, il che ha permesso di spacciarli per individui super partes. I quali, di conseguenza, avrebbero offerto/assicurato maggiori garanzie sia di onestà, sia di competenza. Di onestà, in quanto estranei alle vaste reti di interessi e di corruttela che attraversano i partiti. Di competenza, in quanto dotati di ragguardevoli trascorsi lavorativi. Per così dire, dei professionisti di questo o quel settore, vuoi pubblico vuoi privato, contrapposti ai mestieranti del consenso elettorale.

Una rappresentazione suadente, e quindi efficace nel manipolare i numerosissimi allocchi che si “informano” attraverso i media mainstream, ma più che mai superficiale. Così come lo è, sempre di più, il dissidio tra il centrodestra e il centrosinistra, o tra i sindacati e le grandi imprese, rispetto alle questioni davvero fondamentali dell’organizzazione economica e sociale.

Ed eccoci al punto. Una volta che si prendano le linee guida di tale organizzazione, come parametri per valutare le diverse (diverse?) fazioni che si contendono il governo, diventa tutto chiarissimo. Il criterio, e l’ipotetico discrimine, non è certo il curriculum delle singole persone che approdano a Palazzo Chigi, o in qualsivoglia altro ambito istituzionale, bensì la loro compatibilità con il modello dominante e con i potentati che ne tirano i fili.

Il raggiro consiste nel far credere che al di fuori dai partiti vi siano meravigliose figure, sapienti e integerrime, che non vedono l’ora di spendere ogni stilla delle loro energie e delle loro intelligenze al servizio del “bene comune”. E adesso quel raggiro lo si ampia, fino a farlo diventare talmente flessibile da consentire, quasi paradossalmente, di legittimare daccapo i partiti e i rispettivi dirigenti.

Come? Semplice. Se essi si allineano a determinate direttive, che nel caso specifico sono quelle (ri)elaborate dai cosiddetti dieci saggi selezionati da Napolitano a fine marzo, le ragioni dell’ostracismo si attenuano fino a scomparire. L’adesione a ciò che è giusto li rende giusti a loro volta. La condivisione di una dottrina comune fa sì che i politici si riscattino dalle precedenti malefatte e diventino tutt’uno coi tecnici.

Un po’ come l’interazione tra il clero e i praticanti laici di stretta osservanza all’interno della Chiesa. Percorsi, o carriere, differenti. Ma i medesimi scopi.

Federico Zamboni

 


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