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Eduardo Zarelli: «In ogni fine, c'è un inizio»

La maggioranza del Parlamento e dei media esulta per la rielezione di Napolitano. Non siamo invece di fronte alla conclusione finale, in sconcertante continuità con il passato, incluso quello recente del governo Monti, che ha messo il Paese in ginocchio?

Pare di sì, tanto più in presenza del mandato esplorativo per la formazione di un governo di coalizione affidato a Enrico Letta, già membro del comitato europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973 da David Rockefeller. Nel 2012, egli ha partecipato alla riunione del Gruppo Bilderberg tenutasi presso Chantilly, negli Stati Uniti; è anche membro del comitato esecutivo dell'Aspen Institute Italia, un'organizzazione americana finanziata anche dalla Rockefeller Brothers Fund, che si pone come obiettivo quello di incoraggiare le leadership “illuminate” per l’integrazione internazionale occidentale. Il nostro Paese vive una crisi sistemica, politica, economica, sociale e culturale, che è frutto della deriva oligarchica e corruttiva delle classi dirigenti, direttamente proporzionale a quella oclocratica della società reale. La democrazia procedurale è uno strumento funzionale agli interessi mondiali, che negli ultimi decenni hanno trasformato in società di mercato l’economia di mercato. La crisi strutturale della globalizzazione e del modello di sviluppo occidentale ha portato alle estreme conseguenze le contraddizioni specifiche di una nazione subalterna come la nostra.

 

Obama, oltre a manifestargli la propria ammirazione, ha dichiarato che Napolitano è una garanzia per l’America. La sudditanza italiana ha vinto…

L’Italia, dal dopoguerra, ha un retaggio storico di sovranità limitata, che è sfociato in un vero e proprio servilismo. È una questione centrale, volutamente sottovalutata. Non sarà mai possibile ricostruire un tessuto comunitario e un’identità politica socialmente condivisibile priva di autorevolezza internazionale, cioè di una visione multilaterale e continentale, di contro all’unilateralismo occidentale.

 

E ha vinto l’autoreferenzialità partitocratica così “autistica” rispetto alla drammatica realtà…

La crisi sistemica cui alludevo manifesta una distanza incolmabile tra le istanze popolari, il bene comune e la delega rappresentativa dei partiti politici. Orfani delle ideologie, privi di qualsiasi tensione ideale, questi si sono trasformati in strutture autoreferenziali. Nicchie di privilegio, di corruzione e di collocamento professionale, nell’illusione del potere, che nel frattempo ha traslocato definitivamente nelle compatibilità tecnocratico-finanziarie. 

 

Quali possibilità avrà il M5S di rappresentare la protesta verso il “disordine costituito” e quali le enormi lacune da colmare?

Il fenomeno politico del momento è la conseguenza e non la causa di quello che sta accadendo. In tal senso, manifesta delle contraddizioni, per cui c’è da augurarsi che si manifestino nel medio periodo gli aspetti positivi, invece che quelli negativi. L’aggregazione partecipativa e movimentista, l’oltrepassamento delle categorie di destra e di sinistra, l’accenno a un paradigma della post-crescita, la spregiudicatezza della critica sistemica e del collocamento internazionale del nostro Paese sono aspetti eminentemente politici, che si spera abbiano la meglio sulla magmatica demagogia cosmopolita, sul velleitarismo, sul giustizialismo e in generale su tutte le tendenze associabili al piagnisteo moralista, che depotenzia le rivendicazioni di sostanza in dinamiche funzionali all’esistente. L’amico Massimo Fini, nel commentare alcune posizioni assunte dal M5S, ha parlato di “rivoluzione conservatrice”: magari avesse ragione.

 

Come è recuperabile concretamente la sovranità popolare? In chiave comunitaria?

Sì, è fondante. Il mutamento di paradigma culturale ed ecologico, nel recupero necessario del senso del limite, della misura, della civiltà di contro alla “civilizzazione” materialista passa per la partecipazione comunitaria. La società contrattuale, liberale, ha corroso, nell’egoismo individuale, ogni orizzonte di “bene comune”. La reciprocità, il dono, la libertà vanno declinate nell’appartenenza comunitaria, nell’autodeterminazione, nella sostenibilità e nella consapevolezza di essere abitanti di un territorio. La globalizzazione è un problema antropologico: se l’uomo non ritroverà l’appropriatezza del luogo di vita, scomparirà nell’implosione nichilistica del riduzionismo distopico tecno-scientifico.  

 

“L’orlo del baratro” è sempre più vicino. Paradossalmente, solo una catastrofe compiuta può salvarci? 

In ogni fine, c’è un inizio. Di fronte al vuoto che si spalanca sotto i loro piedi, le nuove generazioni hanno due  sole possibilità: provare la vertigine di cadere senza dignità, oppure distinguersi dal grigiore delle presunte sicurezze materiali e del conformismo sociale per reincantare l’esistente. La storia non è mai chiusa alla forza dell’immaginazione; il mito è eterno, sempre ritorna. 

intervista raccolta da Fiorenza Licitra

(Eduardo Zarelli, oltre che nostro collaboratore storico, è il direttore editoriale della Arianna Editrice)

LA VERGOGNA DEI GULAG AMERICANI

Rassegna stampa di ieri (26/04/2013)