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«POLITICA LENTA» ECCO LA SGASSATA DI RENZI-FONZIE

Dinamico, giovanilista, schietto. Questo richiede il personaggio Matteo Renzi e questo sciorina puntualmente il suo (omonimo) interprete. Finora ha funzionato. E a maggior ragione potrebbe funzionare se si tornasse alle urne a breve termine: bruciato Bersani, e appannato il M5S, il ruolo di anti Berlusconi gli spetterebbe di diritto. Anche se, figurarsi, proprio lui sarebbe il primo a rifiutare l’etichetta: non “anti” qualcuno, ma “pro” qualcosa. Rottamare sì, ma col sorriso sulle labbra. O, comunque, stando bene attenti a far pensare che quello che si fa non li fa certo per sé, ma nell’interesse di tutti. Il Pd, il centrosinistra, il Paese.

Dopo la sortita televisiva ad Amici, dove si è presentato in jeans, maglia nera e giubbotto di pelle in stile Fonzie, oggi il sindaco di Firenze è tornato a contesti più istituzionali, parlando alla Camera del Lavoro del capoluogo toscano. Palcoscenici sì, ma di altro genere. Propagandistici sì, ma su un altro registro. Diverso il pubblico, diversa la performance.

Stesso filo conduttore, però. Il dinamismo che si sposa alla competenza. La schiettezza che prelude al lavoro duro. In tivù, dalla De Filippi, aveva tessuto l’elogio delle doti artistiche e dell’integrità professionale, tra un «non perdonate quei politici che vogliono cancellare il talento» e un «si può perdere una battaglia, ma l’importante è non perdere la faccia». Qui conviene puntare il dito contro l’impasse del Parlamento:«Stiamo vivendo una situazione politico-istituzionale in cui stiamo perdendo tempo, e questo mentre il mondo ci chiede di correre a velocità doppia».

Due piccioni con una fava. O meglio: un pollo, la cittadinanza che non ce la fa più e che crede di poter essere salvato da un governo purchessia, e un avvoltoio, l’establishment internazionale che inneggia alla competizione planetaria.

Matthew Renzi, il Barack Obama nostrano, ha gioco facile, nel calare i suoi assi. Il primo, one more time, è la partitocrazia che gira a vuoto: «la politica [che] continua a proporre soluzioni che poi non riesce a concretizzare». Il secondo è la propria condizione, oggettivamente difficile, di amministratore locale semi abbandonato dal governo di Roma: «noi sindaci sappiamo bene quanto stiamo soffrendo sul patto di stabilità». Il terzo è l’attenzione all’economia produttiva, che ricomprende in un sol colpo i proprietari delle aziende, i lavoratori e finanche i disoccupati: «il tempo è scaduto, tante imprese sono sull'orlo della fine». Il quarto, infine, è l’urgenza generale che assedia i più, dopo cinque anni di crisi: ci vuole «credibilità politica e risposte sui temi del lavoro o rischiamo di perdere la strada per tornare a casa: ormai bisogna prendere atto che la clessidra e agli sgoccioli».

Uno, due, tre e quattro. Assi.

Certo: la partita è truccata, ma se qualcuno ha delle carte migliori si affretti a metterle sul tavolo.

Federico Zamboni


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