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Governo a corto di euro. Perché c’è l’euro, appunto

Un altro riflesso automatico. E quindi, stante che dietro gli animaletti addestrati ci sono sempre degli istruttori che li addestrano, un’altra manipolazione.

Di fronte al discorso tenuto ieri da Enrico Letta la prima sottolineatura dei commentatori è stata la più ovvia: ottime intenzioni, ma dove li troviamo i soldi? Ovvero, in linguaggio più tecnico (o presunto tale), dov’è la copertura? Da un lato, quello della realtà per come è oggi, l’osservazione non fa una piega. Considerati i vincoli esistenti in materia di conti pubblici, e la recessione che tagliando il Pil ne peggiora il rapporto col debito nazionale, i margini di manovra sono stretti. Se si vogliono allargare i cordoni della borsa in certi ambiti, per aumentare le uscite come nel caso degli ammortizzatori sociali o per ridurre le entrate tributarie come nei casi dell’Imu sulla casa di abitazione o del cuneo fiscale sul lavoro dipendente, è inevitabile stringerli altrove, ossia sul versante delle spese.

Ciò che si evita accuratamente di dire, però, è che tutta questa rigidità ha innanzitutto una causa precisa: la rinuncia alla sovranità monetaria. Il tema, come i nostri lettori abituali sanno benissimo, è un autentico tabù e non deve essere toccato, sia per evitare di ricordarlo a quelli che almeno un po’ ne sono a conoscenza, sia per impedire di scoprirlo a tutti gli altri che lo ignorano completamente. Al massimo, si ribadisce che la scelta dell’euro è irreversibile e che, in caso contrario, restare aggrappati alla nostra lira, o liretta, ci avrebbe portati al disastro, tra assalti speculativi, svalutazioni galoppanti, e chissà quali altre iatture.

Appena domenica scorsa, tuttavia, Paul Krugman è tornato a sostenere, in un articolo pubblicato sul sito del New York Times (qui la traduzione fornita da Comedonchisciotte), che dalle depressioni si esce soltanto iniettando liquidità nel sistema. E siccome questa liquidità non può arrivare dagli investitori privati – beninteso: sempre rimanendo all’interno del modello corrente – a provvedervi non può che essere lo Stato. O, se si preferisce, la Banca centrale su mandato/avallo delle autorità di governo.

Nel caso degli USA si tratta ormai, com’è noto, di una pratica ultra consolidata. Gli interventi della Federal Reserve, i cosiddetti “quantitative easing”, si sono dapprima ripetuti a più riprese e poi trasformati in una routine. Che, dal gennaio scorso, porta a erogare finanziamenti pari a 85 miliardi di dollari al mese. Ogni mese. E fintanto che lo si riterrà necessario.

In mancanza di queste misure l’economia statunitense, che già adesso non naviga in acque sicure, visto che la disoccupazione vera e propria è intorno all’8 per cento ma i sottooccupati sfiorano il 18, starebbe molto, molto peggio. Certo: la soluzione definitiva, là oltre Oceano come qui in Europa, consiste nel rivedere da cima a fondo l’idea di ricchezza e le modalità con cui la si crea e la si distribuisce (o, piuttosto, con cui la si concentra in poche mani). Tuttavia, se non si vuole arrivare a tanto, bisogna quantomeno prendere atto della cruda verità: proprio perché i capitali “prodotti” vengono rastrellati da una minoranza, e sottratti così alla popolazione nel suo insieme, l’unica maniera di tenere in funzionamento i meccanismi della produzione e del consumo è aumentare la quantità di denaro in circolazione. Stampando materialmente banconote, appunto, o accrescendo virtualmente l’offerta di credito.

Il che ci riporta dritti dritti all’inizio del ragionamento: dove trovare i miliardi necessari alla realizzazione del programma delineato dal presidente del Consiglio? Nelle condizioni attuali, chissà. Probabilmente agendo un po’ all’esterno, fino a ottenere qualche tipo di concessione da parte della Ue e, più in particolare, dell’ala rigorista capitanata dalla Merkel, e un po’ all’interno, operando sia sui tagli che sulle privatizzazioni. Boccate d’ossigeno estemporanee, per la cittadinanza stremata, in cambio di zavorre permanenti.

In assoluto, invece, la risposta è che una nazione sovrana non dovrebbe fare altro che battere moneta per l’importo corrispondente. Cifre che oggi paiono enormi, e quindi proibitive, ma che in assoluto non lo sono affatto.

 

 

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