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LARGHE INTESE: «TANTO TEMPO FA, NEL 1976…»

L’occasione, o il pretesto, è stato il ventennale della morte di Gerardo Chiaromonte. Il quale fu tra i principali artefici della trasformazione del PCI in Pds, avvenuta tra la fine del 1989 e l’inizio del 1991, e che anche in tali frangenti si trovò al fianco di Giorgio Napolitano.

Ecco quindi che quest’ultimo, nell’intervenire a un convegno sulla figura dell’amico, non ha perso l’occasione di suggerire un parallelo tra certe vicende del passato remoto e quanto sta accadendo oggi. Filo conduttore: le soluzioni “atipiche” alle fasi di particolare difficoltà, quando gli intoppi parlamentari si vanno a innestare su un quadro economico che è a sua volta instabile.

Allora era il 1976. E, dice Napolitano, la sfida cui venne chiamato il Pci fu quella di «non chiudersi in un orizzonte ideologico e in un quadro internazionale che non erano quelli della sinistra europea. Al di là di ogni discorso ristretto all'area delle forze di sinistra, il senso di una funzione e responsabilità nazionale democratica guidò Gerardo nella grande crisi e svolta del 1976, impegnandolo in prima linea al fianco di Enrico Berlinguer nella scelta e nella gestione di una collaborazione di governo con la Democrazia Cristiana dopo decenni di netta opposizione. E ci volle coraggio per quella scelta di inedita larga intesa e solidarietà, imposta da minacce e prove che per l'Italia si chiamavano inflazione e situazione finanziaria fuori controllo e aggressione terroristica allo Stato democratico come degenerazione ultima dell'estremismo demagogico».

Gli agganci al momento attuale sono palesi. E infatti i media mainstream hanno subito interpretato il discorso/pistolotto di Napolitano come una lode alle “larghe intese” caldeggiate da Berlusconi e in via di accettazione, tra un mugugno e l’altro, anche da parte del Pd. Benché permanga una forte resistenza a un vero e proprio governo di grande coalizione, si va però espandendo l’apertura a un qualche tipo di accordo col PdL. Allo scopo, evidentemente, di non tornare subito alle urne e, soprattutto, di rassicurare i referenti della finanza internazionale.

Una strategia nella quale, come abbiamo ricordato molte altre volte, Napolitano svolge un ruolo di prim’ordine. Del resto, anche se la vulgata mediatica lo ha presentato come il primo ex comunista giunto alla presidenza della Repubblica, il suo percorso nelle file del Pci si discostò ben presto dalle matrici originarie, portandolo su posizioni socialdemocratiche. Che gli valsero, unitamente agli altri seguaci di Amendola, l’ironico appellativo di “miglioristi”.

Traduzione: quelli che auspicavano una maggiore tutela dei lavoratori, o comunque delle fasce deboli della popolazione, mantenendo però l’impostazione esistente. Un miglioramento, appunto, in chiave sindacale, ma di un sindacalismo tutt’altro che rivoluzionario e destinato, per la sua rinuncia preventiva a scardinare i presupposti capitalistici del sistema produttivo occidentale, a rifluire in una dimensione meramente contrattuale. Blande concessioni dei proprietari in cambio di una crescente acquiescenza dei loro dipendenti. Fino a dimenticarsi che il massimo profitto dell’impresa, o piuttosto degli azionisti che la controllano, va di per sé in direzione opposta agli interessi dei salariati.

Visti i trascorsi, dunque, gli ultimi anni di Napolitano, approdato al Quirinale nel 2006 al posto di Ciampi, non potevano che confermare la sua vicinanza (peggio: la sua affinità) ai voleri di Washington. Un orientamento che ha avuto il proprio culmine nel golpe legalizzato con cui si è imposto Mario Monti come presidente del Consiglio, subito dopo la nomina a senatore vita, ma che ovviamente persiste in questo scorcio conclusivo del settennato.

Fino all’ultimo giorno, che ormai è alle porte, il “compagno che volle farsi re (sia pure di un regno satellite e con una monarchia a termine)” continuerà a fare tutto ciò che è in suo potere affinché l’Italia prosegua nel cammino intrapreso sotto il governo tecnico. Lui si compiace di definirlo «il senso di una funzione e responsabilità nazionale democratica», ma di propriamente nazionale, e di autenticamente democratico, non c’è nulla.

La nazione implica una piena sovranità. La democrazia una totale libertà di scelta da parte dei cittadini. Mentre in questa sottomissione alla Troika ci sono soltanto vassallaggio e ubbidienza.

 

 

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