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THATCHER MORTA: PIANGETELA VOI, NEOLIBERISTI

Aveva 87 anni ed era ammalata da tempo, affetta da una forma di demenza senile. Inoltre si era ritirata dalla vita pubblica nel 2002, quando ormai erano trascorsi una dozzina d’anni dalla fine del suo dominio in qualità di premier.

Tuttavia, non una di queste circostanze deve attenuare la portata, e l’infamia, di ciò che ella fece quando governò l’Inghilterra, anzi il Regno Unito, all’insegna del più spietato neoliberismo. La stessa rigidità che le è valsa il soprannome celebrativo di “Lady di ferro” andrebbe letta in tutt’altra chiave: non la fermezza lodevole di una guida politica che agisce a favore del suo popolo, ma la protervia agghiacciante di una manager che è pronta a tutto pur di conseguire gli obiettivi economici della holding per cui lavora.

Così come il suo ottimo amico Ronald Reagan, che tuttavia era assai meno scientifico nelle sua esaltazione del Mercato e assai meno sprezzante nei rapporti umani, Margaret Thatcher fu la principale artefice, in ambito istituzionale, dell’offensiva capitalista sferrata a partire dagli anni Ottanta. Dapprima sul (solito) asse angloamericano, ma in seguito anche nel resto dell’Europa: una guerra che si snodò, e che si snoda tuttora, sul doppio fronte della teoria e della pratica. Da un lato screditando qualsiasi ideologia – come se la concezione economicistica della realtà non lo fosse a sua volta, con i suoi valori a senso unico, i suoi dogmi fideistici e le sue innumerevoli prescrizioni imperniate sulla ricerca del massimo profitto – e dall’altro scatenando una rinnovata e aspra conflittualità con i lavoratori, allo scopo di ridimensionarne quanto più possibile le conquiste sindacali.

Basterebbe questo, a fare della Thatcher un personaggio odioso e a dissolvere ogni tentazione di accoglierne pietosamente la scomparsa. Ma poi c’è anche il resto. C’è la guerra, quasi grottesca nelle motivazioni e però serissima nella gestione bellica, scatenata contro l’Argentina per il possesso delle Isole Falkland/Malvinas. E c’è, soprattutto, la crudele e inflessibile repressione ai danni dei militanti dell’Ira, la cui lotta per ricongiungere l’Irlanda del Nord all’Eire venne equiparata alla criminalità comune.

Nel giorno della sua morte, quindi, l’unico “omaggio” possibile è trattarla nello stesso modo in cui lei trattò i suoi nemici. Non solo quelli stranieri come gli argentini e gli irlandesi, ma anche i compatrioti britannici come i minatori capitanati da Arthur Scargill e ridotti allo stremo dal maxi sciopero del 1984-85.

È un fatto: da parte sua non ci fu nessuna disponibilità a comprenderne le ragioni, e nessuna pietà per le loro sofferenze.

È una scelta: da parte nostra non c’è alcuno spazio per attenuare le sue responsabilità, ormai cristallizzate nella Storia. Nemica da viva, nemica da morta.

Amen.

Anzi: that’s all.

 

 

Rassegna stampa di ieri (08/04/2013)

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